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Cinque passaggi per ritrovare la propria identità

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Pixabay.com/Public Domain/ © RyanMcGuire

don Fabrizio Centofanti - pubblicato il 28/06/16

1) Riconoscere di vivere superficialmente
Il corpo, la psiche hanno un carattere d’immediatezza. I bisogni corporali e fisici richiederebbero, di per sé, una soddisfazione subitanea e spesso, in effetti, ci sorprendiamo ad essere impazienti, frenetici, ansiosi di espletare al più presto necessità e desideri. Questa tendenza, nell’ambito del nostro credo, è un campo fertile di peccati e trasgressioni: basti pensare, al riguardo, a vizi come la gola o la lussuria. Ammettere che tutto ciò coincide con una dimensione superficiale e insufficiente dell’essere umano è un primo passo verso la scoperta del proprio vero io.

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2) Chi si ferma è salvato
La vita ci costringe spesso a ritmi frenetici; inseguiamo gli obbiettivi più diversi: il successo, il benessere, la conquista di amicizie più o meno interessate, e spesso virtuali. Alcune espressioni proverbiali esprimono bene questa corsa affannata verso mete o beni spesso presunti: “il tempo è denaro”, “chi si ferma è perduto”. Se vogliamo interrompere gli effetti di questo ingranaggio perverso, dobbiamo credere nell’esatto contrario: chi si ferma è salvato. Solo se ho il coraggio di arrestare la corsa pazza e insensata, scendendo più in profondità, posso progredire nella mia ricerca.

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3) Prendere coscienza degli ostacoli
Fermandomi, mi rendo conto che la vita profonda è ingombra di ostacoli: paure, desideri devianti, complessi e sensi di colpa, tendenze pessimistiche o idealistiche, pressioni di una società sempre più condizionante. La presa di coscienza di tali impedimenti è un passo essenziale per procedere verso la propria verità.

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4) Scegliere di liberarsene
È a questo punto che è richiesta una scelta esplicita e definitiva: la presa di coscienza non è sufficiente per cambiare. Quando il cieco si presenta a Gesù, Lui gli domanda: cosa vuoi che ti faccia? Sembra un dettaglio inopportuno: cosa può volere quel povero cieco, se non essere liberato dal suo handicap? Ma il Signore sa che la richiesta deve partire dal profondo, che non sempre vogliamo essere guariti veramente. Per questo fa appello a tutta la persona, perché si orienti a una scelta irrevocabile.

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5) Scoprire e vivere l’Archetipo
Siamo giunti, così, all’ultima tappa del percorso: riconosciuta l’esistenza di una dimensione più profonda, scoperti e affrontati – nella preghiera, la meditazione ed il silenzio – gli ostacoli che si frappongono alla crescita, operata la scelta di guarire, siamo pronti per accedere all’archetipo, la nostra identità profonda, quella che non può essere violata da niente e da nessuno, nemmeno da noi stessi. Jung ha identificato con Cristo l’Archetipo del Sé. Per questo San Paolo può dire: “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Dal profondo emerge la realtà che ci identifica e ci supera nello stesso tempo. È lì che siamo noi stessi, veramente.

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