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Puoi guardare alla tua miseria e lì scoprire che Dio ti ama!

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Pixabay

Costanza Miriano - Il blog di Costanza Miriano - pubblicato il 17/01/18

"Puoi guardare alla tua miseria, e scoprire che Dio ti ama alla follia, proprio in quella tua miseria, in quel limite, in quella fragilità. Che per lui sei figlio unico".

“Dai, bambine, su, i confronti non si fanno…” – parto con la solita solfa dalla cucina mentre ascolto i discorsi delle mie figlie. Non ci credo neanche io mentre lo dico, ascolto la mia voce e sento che suona falsa. Lo so benissimo che i confronti si fanno eccome, soprattutto da bambini, anzi, più esattamente, soprattutto da bambine. Ma è mio dovere procedere alla predichella di ufficio, essendo la mamma.

In realtà viviamo di confronti, e anche quando ci sembra di non farne, non è escluso che è perché ci sentiamo sottilmente superiori. Io credo che in genere il meccanismo che ci consenta di sopravvivere al confronto sia quello di spostare lo sguardo. Tipo: “va bene, lei ha uno stacco di coscia doppio del mio, senza capillari e tonicissima e affusolatissima, ma io invece in compenso ho una bella famiglia” (e poi prima o poi dovrà invecchiare, e anche, ricordiamoglielo, morire, e magari dopo una lenta agonia). Diciamo che ciò che consente di guardare agli altri senza in certi casi soffrire il confronto è il meccanismo di passare a un’altra categoria (sono un idraulico meno bravo ma sono più simpatico). Questo se siamo leali e onesti.

Se invece non abbiamo le spalle abbastanza larghe per guardare alla nostra realtà e digerire i nostri limiti accettandoli, il piano B è quello di dare la colpa agli altri, alle circostanze esterne, alla nostra storia: la famiglia è sempre un buon alibi, ma anche la malattia funziona molto, poi la sfortuna… Insomma, tutto tranne che guardare alla propria miseria.

Il problema è che stare nel confronto fa vivere malissimo, e anche quando ci convinciamo delle nostre bugie (è colpa della sfortuna o della invasione di cavallette) non si è felici, perché non si è nella verità.

Poi. Poi invece c’è un’alternativa. Una risposta diversa. Un’altra strada. Una novità, una bomba atomica. Puoi guardare alla tua miseria, e scoprire che Dio ti ama alla follia, proprio in quella tua miseria, in quel limite, in quella fragilità. Che per lui sei figlio unico. Che passa da quel limite per entrare, per farti capire chi sei – nessuno – e di chi hai bisogno – di Lui che è tutto. Che non fa confronti ma ama ciascuno di noi in modo personalizzato, dando a ognuno quello che gli serve fin nei particolari. Anche quando sembra averci dato una fregatura, in realtà sta facendo qualcosa di buono per noi, ci sta aprendo una strada al suo cuore.




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Per capire questo, però, è necessario che il nostro rapporto con lui sia vero, sia vivo, sia alimentato. Che sia il più importante, quello che ci definisce, quello attraverso il quale passano tutti gli altri rapporti preziosi per il nostro cuore: quello col marito o la moglie, quello con i figli, e poi via via ad allargare tutti gli altri. Attraverso questo rapporto, quando riusciamo a intuire la bellezza del volto del Padre, quando annusiamo la bellezza del suoi amore per noi, tutte le altre relazioni ne vengono sanate, dalle più importanti alle più superficiali.

Quando capisci che sei amato pazzamente dal creatore dell’Universo, dall’Onnipotente, vuoi mettere tutto quello che hai nel fuoco di questo amore, tutte le relazioni ferite (perché siamo umani e incapaci di amare perfettamente), tutti i beni e i riconoscimenti: di fronte a questo oceano di piacere, cosa che vuoi che sia … (inserire qui a piacere la cosa che, quando siamo distratti da Dio, ci sembra importante: la professione la Porsche il gluteo tonico i figli bravi a scuola i consensi e via dicendo)? L’unica cosa che conta, e che azzera tutti i confronti, è stare in questa relazione, è supplicare che anche le persone a cui vogliamo bene possano entrarci.

Anche di questo, credo, se ho capito bene, si parlerà al prossimo dei Cinque Passi, a Chiesa Nuova, il 19 gennaio alle 21.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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