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Avete anche voi una “spina nel fianco”? E qual era quella di san Paolo?

SAINT PAUL

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Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 10/03/18

Tra le tante espressioni idiomatiche coniate dall'Apostolo delle Genti, quella della “spina nel fianco” resta senz'altro una delle più popolari. Dura croce per gli interpreti di ogni epoca, nasconde nondimeno un tesoro per ogni cristiano.

Spesso arrivano in redazione domande difficili, in materia teologica. Domande di dogmatica, di diritto, di morale, di esegesi, di storia… quasi sempre si tratta di domande “sui misteri della fede”, ma qualche volta tocchiamo anche altri misteri. Sì, perché se “il Mistero” per eccellenza è «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1, 9-10), e «questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato […] per mezzo dello Spirito» (Ef 3, 5)… tuttavia esistono tanti piccoli misteri che, fioccando in ogni faccenda umana, si trovano pure nelle “cose di Dio”.




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Ad esempio: che cosa non sappiamo ancora, circa gli sviluppi dei lavori sulla Humanæ vitæ, a cinquant’anni dalla pubblicazione dell’enciclica? Chi fu il vero autore dell’Imitazione di Cristo? Com’era strutturata la vita ecclesiale nelle comunità giovannee dell’Asia minore? E mille e mille altre ancora, essendo innumerevoli le cose che ignoriamo. Cose storiche, per le quali non basta la pura ragione e non serve neppure la Rivelazione. Trovo sempre molto emblematico che la verità perfetta del Vangelo si presenti sempre mescolata a un ginepraio di incertezze, di punti di domanda, di risposte sospese.


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Una di queste domande, pervenutaci in Redazione, suonava: «Che cos’è la “spina nella carne” di San Paolo?». Il lettore faceva evidentemente riferimento a 2 Cor 12, 7, passo famoso di una non altrettanto studiata epistola paolina:

Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.

Un’espressione così forte da essere diventata proverbiale: ancora oggi in italiano si dice “avere una spina nel fianco”, e con ciò ci si riferisce a persone o cose che risultino insieme fastidiose se non dolorose, causanti una condizione complessiva irresolubile e però in ultima analisi salvifica.




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L’espressione di Paolo è molto sibillina, nella sua indiscussa efficacia: questo agente è una cosa, ma anche una persona (addirittura un satellite del diavolo), compie (simbolicamente) un’azione umiliante come lo schiaffeggiamento; inoltre la sua provenienza è oscura (è un incaricato di satana) ma il suo fine è buono (che l’Apostolo non monti in superbia): ce n’è abbastanza per mandare in tilt gli esegeti, malgrado questi siano avvezzi alle “cruces” dei testi.

Come spesso accade, dove è impossibile arrivare a una conclusione chiara e condivisa, ognuno dice la sua, e talvolta anche nei modi più goffi. Nella fattispecie, il fondo s’è toccato con Rescuing the Bible from Fundamentalism, di John Shelby Spong: nel 1991, quando il “vescovo” episcopaliano statunitense ancora professava una fede che ricordava quella cristiana, già allora fantasticava di indimostrabili esegesi sulla “spina nella carne di San Paolo”. Con soli 22 anni di ritardo, gli amici di Progetto Gionata hanno tradotto in italiano un estratto. Ne riporto qualche passaggio per mostrare come – quando non si procede in maniera rigorosa – si possa far dire a un testo, letteralmente, qualunque cosa:

Non c’era nulla di moderato in Paolo. Paolo era profondamente preso, passionale, emotivo, pieno di un enorme disprezzo per se stesso, e cercava di gestire questi sentimenti con gli aviti metodi del controllo esterno, dell’instancabile zelo religioso e della disciplina più rigida. Tuttavia non riuscì a dominare le passioni che lo consumavano. Quali passioni? Io penso che non ci sia dubbio che fossero passioni sessuali, ma di che tipo? 

[…]

L’Apostolo è stato sempre considerato fondamentalmente ostile alle donne: scrisse che “è cosa buona per l’uomo non toccare donna” (1 Corinzi 7:1). La passione che ardeva profondamente in Paolo non sembra essere il desiderio di unirsi a una donna. E poi perché tale desiderio avrebbe dovuto essere così negativo? Il matrimonio, l’amore e il desiderio sessuale tra coniugi non erano considerati malvagi o ripugnanti. 

Le passioni sessuali di Paolo non sono spiegabili con questo schema. E allora?

[…]

Alcuni hanno suggerito che Paolo fosse tormentato da paure omosessuali. Questa non è un’idea nuova, eppure fino a poco tempo fa, quando l’omosessualità ha cominciato a perdere alcune delle sue connotazioni negative, questa idea era così repellente per il popolo cristiano che non si poteva farvi cenno nei circoli ufficiali. 

Con questo non voglio dire che l’omofobia della nostra cultura sia scomparsa, anzi è tutt’ora letale e rimane in alto loco nella Chiesa cristiana, essendo poi un argomento sul quale gli ecclesiastici sono profondamente ipocriti, in quanto in pubblico parlano in un modo e privatamente si comportano in un altro. Tuttavia il pregiudizio sta scomparendo, lentamente ma infallibilmente. 

Mentre le posizioni omofobe si ammorbidiscono, possiamo considerare l’ipotesi che Paolo fosse gay. Possiamo testare questa teoria supponendo che sia corretta mentre leggiamo Paolo.

[…]

Se questa ipotesi è corretta, può anche gettare luce in modo potente sulla sua esperienza di conversione, il suo concetto di Gesù, la sua visione della resurrezione e il suo cammino verso l’universalismo. 

In più, ci fornisce un mezzo per entrare in Cristo come fece Paolo e per vedere l’esperienza di Cristo al di fuori del contesto di parole limitate e all’interno del contesto di un’esperienza umana universale. 

Ciò diventerebbe così per noi una porta per una spiritualità universale inaugurata da Cristo, che potrebbe permanere illimitatamente nel futuro in un modo che le ristrette e instabili forme di religiosità del nostro passato cristiano non sembrano più capaci di adempiere.

Un’argomentazione a tesi dalle molteplici fallacie, sulle quali però non è utile soffermarsi ora. In realtà, risulta evidente a chiunque che un’esegesi non si fa puntellando ipotesi peregrine su uno o due versetti decontestualizzati, ma ricollocando i versetti enigmatici all’interno di un quadro quanto più possibile vasto e complessivo.

Dunque che cos’è la “spina nella carne”? Nessuno è mai riuscito a definirlo in modo univoco, ma se si osserva il complesso delle Lettere insieme con il riscontro esterno degli Atti qualcosa si può dire. Anzitutto che era omogenea alle sofferenze e alla debolezza, quanto al fine prodotto, che era quello di trattenere l’Apostolo dal «montare in superbia per la grandezza delle rivelazioni».

Paolo riteneva – spiega Scott Jack Hafemann – che la sofferenza fosse il segno più tipico del suo ministero apostolico (Gal 6, 17; 1Cor 2,1-5; 2Cor 11,23-29; Fil 1,30; 2Tm 1,11-12;2,9 ecc.) e che fosse un aspetto della sua vita mortale del quale egli era soddisfatto, di cui gioiva e del quale poteva “vantarsi” a buon diritto (2Cor 11,30; 12,10; Fil 1,19-26). In effetti, Paolo si era posto volontariamente in uno stato di sofferenza quando aveva deciso di sostenersi finanziariamente da solo, se fosse stato necessario […].

G.F. Hawathorne – R.P. Martin – D.G. Reid, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, 1482

Questo è un elemento certamente decisivo, ma non giunge ancora a illuminarci il particolare tipo di sofferenza da cui l’Apostolo era piagato. Molto rilevante invece è la cornice di ricapitolazione scritta da Joachim Gnilka nel terzultimo capitolo del suo Paolo di Tarso, ove si richiama la descrizione dell’Apostolo “fatta da Tito” riportata negli Atti di Paolo e Tecla:

Gli aspetti che saremmo disposti ad accettare sono la corporatura minuta e il garbo che l’apostolo doveva essere in grado di mostrare, anche se non era questo il suo atteggiamento abituale.

Ad aggravare la condizione del suo fisico doveva essere la predisposizione alle malattie. Paolo non era certo un colosso. È da osservare che nelle lettere, dove parla relativamente poco di cose personali, menziona più volte la sua malattia, la quale deve averlo ostacolato nel suo lavoro, talvolta anche in grande misura. La malattia non poteva essere tenuta nascosta alle comunità. Anche per questo ne parla. Che la viva come un «pungolo nella carne» e come pugni che l’angelo di Satana gli assesta, significa che questa malattia doveva procurargli dolori fisici (2 Cor 12, 7). C’imbattiamo qui in una delle prime incomprensibili contraddizioni che caratterizzano la sua personalità. Poiché, nonostante il peso di queste sofferenze fisiche, egli si impegna con successo in imprese incredibili. Si pensi anche solo alle strade da lui percorse in gran parte a piedi, lungo itinerari che secondo il nostro modo di vedere dovevano essere molto faticosi, attraverso montagne inospitali e ripide, come itinerario che percorreva l’altipiano della Licaonia, della Cappadocia e della Galazia, o attraverso terre disabitate e desolate, dove il pericolo d’imbattersi in predoni era costante (11,26). Proviamo a immaginare i miserandi ostelli e caravanserragli dove poteva concedere qualche riposo al suo corpo distrutto dalla fatica. Se si assommano i percorsi da lui compiuti a piedi ne risultano distanze di centinaia di chilometri. Nei viaggi in nave tra Grecia, Asia e Siria Paolo ha conosciuto anche i pericoli del mare. Una volta ha fatto naufragio, trascorrendo un giorno e una notte in balia del mare profondo, forse aggrappato a un legno dell’imbarcazione (11,25).

J. Gnilka, Paolo di Tarso, 377

Dunque è importante il fatto che la misteriosa “spina nella carne” compaia nella specie di una “malattia” e nel genere delle “debolezze” di Paolo. Difficile parlarne senza ricordare Gal 4, 12-14, ove l’Apostolo richiama gli eventi occorsi durante la prima visita apostolica in Galazia, quando Paolo aveva fretta di raggiungere la Macedonia e s’è invece trattenuto, suo malgrado (sic!), tra i Galati – questo dicono i testi! – che invece lo hanno trattato con ogni riguardo. «Anzi – spiega Paolo in persona –, mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù».

Queste esorbitanti espressioni mitologiche – commenta esaustivamente Gnilka – hanno ripetutamente indotto a interrogarsi sul genere di malattia che colpì l’apostolo. Le conclusioni raggiunte sono incerte e molteplici. Si è parlato di epilessia, ricordando epilettici geniali come Giulio Cesare, Napoleone, Pietro il Grande, Dostoevskij; si è parlato anche di malaria e di male agli occhi. Poiché i Galati sarebbero stati disposti a cavarsi gli occhi per darli a Paolo (Gal. 4,15), la cosa più ovvia potrebbe essere proprio di pensare a una malattia degli occhi. Le malattie degli occhi erano diffuse nell’area mediterranea. Oppure in Gal. 4,15 ci troviamo di fronte a una metafora? L’epilessia è quanto mai improbabile. Paolo infatti, come mostrano le lettere, non ha mai perso la propria lucidità, fino a età avanzata. Oppure si trattò semplicemente di un complesso di sintomi, dovuti alla debolezza della sua natura sensibile, tale da non poter consentire il nome di una malattia precisa? Di recente è stata proposta di nuovo l’ipotesi che Paolo soffrisse non per una vera e propria malattia, ma per le conseguenze dei numerosi maltrattamenti subiti, come la lapidazione. In ogni caso questi maltrattamenti ne hanno messo a dura prova il fisico. Forse i Galati hanno visto le cicatrici e i segni delle battiture lasciati sul suo corpo, di cui fa menzione Paolo stesso in Gal. 6,17 chiamandoli stigmate di Gesù.

J. Gnilka, Paolo di Tarso, 96

Devo dire che questa lettura mi convince molto, e anzi – strano che non lo abbia scritto lo stesso Gnilka – una simile lettura renderebbe ragione anche del difficile passaggio con cui si apre Gal 3:

O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?

Che voleva dire questa “rappresentazione al vivo”? Forse un’apparizione di Cristo alla presenza dell’intera comunità? Potrebbe darsi, in teoria, eppure Paolo afferma altrove che «se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5, 16). Se Paolo ha dato simili insegnamenti, è da ritenersi improbabile che abbia assistito a fenomeni mistici facenti riferimento al Christus patiens. Molto più semplicemente (e misticamente!) il Christus patiens era Paolo stesso, che «completa nel suo corpo a vantaggio della Chiesa quanto manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24). Sono state date letture fuorvianti anche di questo passo, come se per Paolo si dovesse attendere un certo quorum di sofferenza globale prima della fine del mondo:

Per Paolo – spiega invece l’ottimo Hafemann – la sofferenza di Cristo è già in se stessa unica e sufficiente (cfr. Col 2,13-14; Gal 1,4; 1Cor 1,18-31; 2Cor 5,16-21; Rm 3,21-26 ecc.). Piuttosto, Paolo completa quello che “manca” alle sofferenze di Cristo a favore della sua Chiesa, nel senso che il suo ministero estende la conoscenza e la realtà della croce di Cristo e della forza dello Spirito al mondo dei Gentili (Col 1,23; cfr. Ef 3,13). La sofferenza di Paolo aveva perciò la funzione di mostrare che la forza e la conoscenza del vangelo provenivano da Dio e non da lui, per cui tutti quelli che incontravano Paolo dovevano aver fede nella potenza di Dio e non nella persona dell’apostolo (1Cor 2,1-5; 2Cor 4,7; 12,9-10).

G.F. Hawathorne – R.P. Martin – D.G. Reid, Dizionario di Paolo e delle sue lettere, 1483

Forse a qualcuno potrà sembrare che non si sia risposto alla domanda. In effetti sul piano della cronaca pare che il mistero della “spina nella carne” sia destinato a restare “un segreto di Paolo”, noto a Dio e a lui soli. D’altro canto, mi pare che questa spiegazione risulti complessivamente più efficace e soddisfacente delle altre finora propostene, riuscendo a rendere ragione delle antinomie dell’espressione stilata in 2Cor: la “spina” viene dal demonio ma risulta finalizzata al bene, è facile vergognarsene ma Paolo se ne vanta, riduce l’Apostolo a non muoversi da un posto ma lo porta a definirsi “onnipotente in Dio” (cf. Fil 4, 13). Questo può dirsi ragionevolmente dei segni delle lapidazioni e dei 39 colpi (il massimo dell’infamia, per un giudeo, sotto alla lapidazione)… ma anche delle nostre debolezze, dei segni della nostra bruttezza, delle deformità, degli inestetismi interiori ed esteriori che l’Uomo dei dolori ha raccolto per sempre sulle sue spalle «inchiodandole al legno della croce» (cf. 1Pt 2, 24).




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A queste condizioni e con tali precisi limiti, perfino le bizzarre ideologie di Spong potrebbero recuperare un legittimo spazio, in una teologia e in una spiritualità (finalmente) cristiane: tutto quanto ci ferisce e ci fa soffrire, a torto o a ragione, può può essere vissuto in comunione con «Cristo crocifisso, sapienza di Dio e potenza di Dio» (cf. 1Cor 1, 24).

E in tal senso si capisce che “spina nella carne” sia diventato un fortunatissimo modo di dire.

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