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E’ vero che Papa Francesco ha “giustificato” le azioni dei criminali nazisti?

© GERARD JULIEN / NOSOURCE / AFP

L'ufficiale delle SS. Erik Priebke

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 05/03/20

Attenzione! Le frasi del pontefice sulla “autonomia” della coscienza vanno inserite nel contesto del suo pensiero che si rifà a Guardini e osserva con attenzione a Ratzinger

Due visioni molto diverse della coscienza che, in apparenza, potrebbero avvicinare Papa Francesco…niente di meno che al boia delle Fosse Ardeatine, Erik Priebke. Può sembrare il più clamoroso dei paradossi eppure alcune affermazioni del pontefice si potrebbero riprendere per giustificare in qualche modo l’azione del colonnello sanguinario del Terzo Reich.

Esequie private per Priebke
@DR

“Ciascuno ha una sua idea di bene e male”

Tutto nasce con un’intervista del Papa a Eugenio Scalfari (La Repubblica, 1 ottobre 2013), in cui alla domanda “Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?”, segue la risposta: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia Bene”.

Al successivo commento (“Lei, Santità, l’aveva già scritto nella lettera che mi indirizzò. La coscienza è autonoma, aveva detto, e ciascuno deve obbedire alla propria coscienza. Penso che quello sia uno dei passaggi più coraggiosi detti da un Papa”), Il Pontefice ribadì la precedente affermazione:

“E qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”.
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Antoine Mekary | ALETEIA

Priebke e la sua “certezza di coscienza”

Pochi giorni dopo Priebke morì. Creò scompiglio la pubblicazione del suo “testamento” in cui affermava di non rinnegare il suo passato, così come pure i suoi ideali e la sua visione del mondo. In tali affermazioni parecchi riscontrarono un’assonanza con quanto affermato precedentemente dai membri delle SS naziste che giustificarono il loro operato dicendo di aver agito in assoluta certezza di coscienza.

“Nessuna assoluzione per il criminale nazista”

«Le idee di Erich Priebke – osserva Padre Pietro Messa, preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani – sembrerebbero quasi trovare una giustificazione nella precedente intervista al Papa in cui si afferma che “ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce”. Quindi un’autonomia della coscienza che giustificherebbe anche l’eccidio delle Fosse Ardeatine! Ma certamente papa Francesco non volle assolutamente “assolvere” ogni malvagità banalizzando il male».




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I due riferimenti del Papa

Ecco quindi l’importanza di leggere le parole del Papa, così come in generale di ogni persona, «nel contesto più ampio non solo del discorso o scritto di cui fanno parte – sottolinea Messa – ma della globalità del suo pensiero in cui la dimensione ecclesiale non è secondaria».

Per questo motivo, volendo comprendere appieno la differenza tra quanto a pochi giorni di distanza fu scritto nella intervista a papa Francesco e scrisse nel testamento Erich Priebke, sono essenziali i pensieri sulla coscienza dell’allora cardinal Joseph Ratzinger nel 1991 e soprattutto Romano Guardini, autore molto caro a papa Bergoglio. Il futuro pontefice scrisse la tesi di dottorato in teologia, a Francoforte nel 1986, proprio sul pensiero del teologo italo-tedesco.

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Public Domain

La coscienza e il bene

Dunque la visione di Papa Francesco affonda le sue radici in un’idea coscienza fortemente connessa a quello di bene. Non è una visione connessa ad azioni malvagie come l’uccisione di innocenti in pieno Priebke. Guardini ne “La Coscienza”, chiarisce proprio la relazione tra la coscienza e il bene. «Il bene non è campato in aria, quasi estraneo, in uno spazio inaccessibile. Il bene è in relazione con me; mi tocca. C’è in me qualche cosa che per sua natura risponde al bene, come l’occhio alla luce: la coscienza».


SERGIO DE SIMONE

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Non centra il temperamento

Ecco perché non si può ridurre la coscienza «ad una questione di temperamento, e quindi contrapporre all’uomo “morale” un uomo “amorale”, oppure ridurre la coscienza a un prodotto della storia o dell’ambiente sociale. Così essa sarebbe qualche cosa che è maturata a poco a poco, che si è acquistata con l’educazione e che potrebbe anche scomparire di nuovo». Invece esiste in noi «quel supremo qualche cosa, che è in relazione col bene, che risponde al bene come l’occhio alla luce. E’ lì l’essenza della coscienza».

Il bene eterno

Che cosa sia il bene, che domanda di essere tradotto in atto, «risulta chiaramente da ciò che di volta in volta deve compiersi» e varia a seconda delle «situazioni» in cui ci si imbatte. «Il fare il bene equivale perciò ad una vera creazione. Non è semplice esecuzione di un ordine, ma attuazione creatrice di qualche cosa che ancora non è». La coscienza è «l’organo, che trae l’interpretazione del comandamento del bene, eterno e sempre nuovo, dai fatti concreti». L’organo col quale «sempre di nuovo si riconosce in qual modo il bene eterno ed infinito debba venir attuato nella specificazione del tempo. È un obbedire e al tempo stesso un creare; un comprendere e un giudicare; un penetrare e un decidere».




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L’incontro con Dio

Coscienza come la conoscenza del bene: questa è l’equazione su cui si muove il pensiero di Guardini e del suo “ammiratore” Bergoglio. Ed è su questa equazione che si innesta l’incontro con Dio. «Il bene non è una “legge” che pende affissa da qualche parte – ragiona Guardini – non un concetto campato in aria. No, esso è qualche cosa di vivo, è la pienezza di valore dello stesso Dio vivente. La santità del Dio vivente: ecco il bene». Quindi attraverso il bene, la coscienza “incontra” il Signore.

La Divina Provvidenza

Pertanto, dare consapevolezza «a se stessi, al cospetto di Dio, del bene, inteso come un comandamento della santità di Dio»; «con se stessi, al cospetto di Dio, comprenderlo, traendone il senso della situazione, che si presenta di volta in volta», ciò può essere considerato «come disposizione provvidenziale dello stesso Iddio».

Se l’uomo comprende e vuole tutto ciò, «se si mette in quest’ordine di idee; se accoglie il bene dentro di sé come la forma non più discutibile della sua vita – conclude Guardini – allora ne nasce qualche cosa di mirabile, quello che costituisce appunto il gran mistero della coscienza: l’intesa con Dio».




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La “coscienza erronea”

Se per il teologo ispiratore del Bergoglio-pensiero corrono su uno stesso filo la coscienza, il bene, e in ultimo l’incontro con Dio, Benedetto XVI in “Elogio della coscienza” (altro testo “strategico” per comprendere le affermazioni di Papa Francesco, datato 1991) parla di una coscienza, ben distante da quella orientata di Guardini, che potremmo definire “sbagliata”, “inesatta”. Lui la etichetta come «coscienza erronea». Un concetto, ad esempio, che riesce a spiegare finanche l’azione omicida dei nazisti durante il Terzo Reich.

PAPIEŻ BENEDYKT XVI, GALERIA ZDJĘĆ
AP/FOTOLINK

Concezione falsa e soggettiva

«Dal momento che essi seguirono la loro coscienza, per quanto deformata – osserva Ratzinger – si dovrebbe riconoscere che il loro comportamento era per loro morale e non si potrebbe pertanto mettere in dubbio la loro salvezza eterna». Ma quella non era che «una concezione falsa di coscienza. Una ferma convinzione soggettiva e la conseguente mancanza di dubbi e scrupoli non giustificano affatto l’uomo».




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Il grande limite

Del resto, nota il teologo, anche solo uno sguardo alla Sacra Scrittura avrebbe potuto preservare da simili “diagnosi”. Nel salmo 19, 13 è contenuta quest’affermazione, sempre meritevole di ponderazione: “Chi si accorge dei propri errori? Liberami dalle colpe che non vedo!”. «Qui non si tratta di oggettivismo veterotestamentario – sentenzia Ratzinger – ma della più profonda saggezza umana; il non vedere più le colpe, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale. Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione».

PAPIEŻ BENEDYKT XVI, GALERIA ZDJĘĆ
Splash News/EAST NEWS

Nazisti come i farisei

Il futuro pontefice accosta l’ideologia del nazista a quella del fariseo. Nell’incontro con Gesù, evidenzia, «chi si autogiustifica appare come colui che è veramente perduto. Se il pubblicano, con tutti i suoi innegabili peccati, sta davanti a Dio più giustificato del fariseo con tutte le sue opere veramente buone (Lc 18, 9-14), ciò avviene non perché in qualche modo i peccati del pubblicano non siano veramente peccati e le buone opere del fariseo non siano buone opere».

Il fariseo, constata Ratzinger, «non sa più che anch’egli ha delle colpe. È completamente in pace con la sua coscienza. Ma questo silenzio della coscienza lo rende impenetrabile per Dio e per gli uomini. Invece il grido della coscienza, che non da tregua al pubblicano, lo fa capace di verità e di amore».




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Gesù e i pubblicani

E’ per questo motivo che Gesù «può operare con successo nei peccatori, perché essi non sono diventati, dietro il paravento di una coscienza erronea, impermeabili a quel cambiamento, che Dio attende da essi, così come da ciascuno di noi. Egli non può invece avere successo con i “giusti” (farisei ndr), perché ad essi sembra di non aver bisogno di perdono e di conversione; infatti la loro coscienza (erronea ndr9 non li accusa più, ma piuttosto li giustifica».

In sostanza Dio non potrebbe mai comprendere, né tanto meno giustificare il Priebke di turno e i suoi ragionamenti.

La rinuncia alla verità

Quindi Ratzinger, chiosa dicendo che «non si può identificare la coscienza dell’uomo con l’autocoscienza dell’io, con la certezza soggettiva su di sé e sul proprio comportamento morale». Questa consapevolezza, «che può essere un mero riflesso dell’ambiente sociale e delle opinioni diffuse», significa nello stesso tempo «la rinuncia alla verità».
E come rammenta il cardinale John Henry Newman, teologo e filosofo di origini inglesi, punto di riferimento del pensiero di Bendetto XVI, «un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante».




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