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In che stato è il dialogo tra cattolici e ortodossi?

POPE FRANCIS

ANDREAS SOLARO | AFP

Ary Waldir Ramos Díaz - pubblicato il 20/01/21

Intervista al vescovo spagnolo Manuel Nin, esarca apostolico dei cattolici di rito bizantino in Grecia, sullo stato attuale del dialogo con il mondo ortodosso

Da quasi mille anni, cattolici e ortodossi non vivono in comunione completa, pur credendo nello stesso Cristo. Nonostante questo, negli ultimi pontificati sono stati compiuti grandi passi di avvicinamento, che portano a sperare in un finale felice del lungo cammino ecumenico intrapreso decenni fa.

Uno dei teologi più informati su questo processo è il vescovo spagnolo Manuel Nin, dal 2016 esarca apostolico dei cattolici di rito bizantino in Grecia. Lo abbiamo intervistato circa lo stato attuale del dialogo e il desiderio dell’unità con il mondo ortodosso.

MANUEL NIN
esglesia.barcelona
Manuel Nin

Come definirebbe lo stato attuale del dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali dopo 9 o 10 secoli di divisioni, segnati dallo scisma d’Oriente del 1054?

Dopo quasi mille anni dallo Scisma d’Oriente del 1054 (e senza dimenticare che esistono le cosiddette “Antiche Chiese Orientali” – assire, siriache, copte, armene, etiopi –, il cui momento di rottura della comunione con il resto delle Chiese cristiane risale già ai grandi concili ecumenici del V secolo), lo stato attuale del dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse di tradizione bizantina è sintetizzato proprio dalla parola “dialogo”.

Superare gli ostacoli

Dopo secoli caratterizzati da scomunica, dispute, malintesi e spesso ignoranza e mancanza di conoscenza reciproca, attualmente queste Chiese cristiane non solo hanno superato reticenze e sfiducia, ma negli ultimi 50 anni sono state capaci, per grazia dello Spirito Santo e saggezza di grandi pastori di entrambe le tradizioni ecclesiali, di superare le paure, i rancori e la sfiducia del passato.

E sono state e sono capaci, usando la nota immagine, di sedersi intorno a uno stesso tavolo e affrontare serenamente i problemi ancora presenti e che creano difficoltà per giungere a una piena comunione ecclesiale.

Perché?

Se il dialogo avanza è sicuramente un dono del Signore, e perché figure di grandi pastori e teologi di entrambe le tradizioni ecclesiali hanno saputo e sanno portare a questo tavolo del dialogo quello che fa davvero parte dell’aspetto più profondo della fede cristiana e che è già in comune tra le due Chiese. E a partire da quella fede comune sanno anche mettere al suo livello reale ciò che è più secondario.

Abbraccio storico

Sono trascorsi quasi 60 anni da quando il Concilio Vaticano II ha rilanciato la missione della restaurazione dell’unità tra tutti i cristiani. In questo senso, è stato iconico l’abbraccio tra Paolo VI e Atenagora, Patriarca di Costantinopoli, a Gerusalemme domenica 5 gennaio 1964. Cos’è cambiato da allora?

L’icona del cammino avviato di perdono e di dialogo tra le Chiese cristiane è davvero quell’abbraccio a Gerusalemme nel 1964. Si è trattato soprattutto di un abbraccio di perdono e riconciliazione tra due fratelli, Pietro e Andrea; tra due Chiese, Roma e Constantinopoli; in fondo tra Oriente e Occidente.

Non dimentichiamo che Paolo VI, con Atenagora, è stato un Papa dai grandi gesti ecumenici (abbraccio fraterno, annullamento della scomunica tra Roma e Constantinopoli). Gesti che evidenziavano quanto la Chiesa di Roma volesse essere la “Chiesa che presiede la carità” tra fratelli.

Cos’è cambiato in questi ultimi decenni?

Più che parlare di cambiamenti credo che si debba parlare di progresso.

La carità, manifestata in gesti, in “icone”, ha dato luogo al dialogo e alla discussione di quegli aspetti teologici, ecclesiologici e sacramentali che potevano ancora dar luogo a malintesi o a incomprensioni tra le varie Chiese.

Il progresso ha portato a grandi passi negli aspetti, decisamente maggioritari, che sono motivo di piena comunione e non di divisione tra le Chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente.

ORTHODOX
Υπουργείο-Εξωτερικών-CC-BY-SA-2.0

La questione del primato

Francesco si è recato nel 2014 in Terra Santa, è andato incontro al Patriarca Bartolomeo I, e hanno firmato a Gerusalemme la dichiarazione congiunta di dialogo ecumenico. Si sono anche fatti visita in varie occasioni in Turchia e in Vaticano. Il riconoscimento del primato del vescovo di Roma continua ad essere una fonte di separazione tra le Chiese cristiane?

Il primato del vescovo di Roma in sé non è fonte di separazione tra le Chiese cristiane, al contrario. Un primato della Chiesa di Roma e del vescovo di Roma lo troviamo già nei testi patristici e nei Concili ecumenici dei primi secoli cristiani.

La difficoltà risiede, ancora oggi, nel concetto di quel primato. O meglio, in come quel primato della Chiesa e del vescovo di Roma viene esercitato, o dovrebbe essere esercitato.

È questo l’aspetto o il punto principale, e unico, che sussiste ancora oggi sul tavolo del dialogo tra Oriente e Occidente. Questo aspetto fondamentale e allo stesso tempo punctum dolens nel dialogo attuale è stato sottolineato molto lucidamente da San Giovanni Paolo II nella sua enciclica Ut unum sint del 1995, in cui offriva la sua disponibilità a valutare e approfondire serenamente il “che e come” del ministero del vescovo di Roma.

Dialogo

Cos’è cambiato con il pontificato di Papa Francesco?

Fin dalla sua elezione, Papa Francesco ha proposto varie volte, con gesti concreti, la sua “disponibilità fraterna” come vescovo di Roma ad avvicinarsi e dialogare fraternamente con i pastori e le guide delle Chiese ortodosse.

I suoi vari viaggi apostolici, soprattutto a Gerusalemme nel 2014, sono stati un momento speciale in cui si è manifestato quell’ecumenismo fraterno di Francesco nei confronti delle Chiese ortodosse. Più che grandi cambiamenti, preferisco sottolineare l’atteggiamento fraterno con cui Papa Francesco si avvicina per dialogare, pregare, incontrare i fratelli delle Chiese ortodosse.

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Francesco è anche protagonista una pietra miliare: per la prima volta nella storia, nel 2016 si sono riuniti un Papa della Chiesa cattolica e un Patriarca della Chiesa ortodossa russa, Kirill di Mosca. Ci sono progressi nei rapporti con la Chiesa ortodossa russa dalla dichiarazione comune firmata all’Avana?

Possiamo parlare di progressi nel dialogo con tutte le Chiese ortodosse: costantinopolitana, russa, greca. Nonostante le differenze di punti di vista, le reticenze e forse le paure e la sfiducia ancora esistenti, il fatto che rappresentanti delle diverse Chiese cristiane si siano riuniti per dialogare è già un fatto importante e un progresso in sé. Senza alcun dubbio.

Difficoltà interne

Le difficoltà che di tanto in tanto emergono in questo dialogo sono legate più ad aspetti concreti di ciascuna delle Chiese ortodosse, difficoltà a volte all’interno della stessa comunione ortodossa, senza un legame diretto con la Chiesa cattolica.

LA HABANA
Sergey Pyatakov | Sputnik via AFP

Come si può uscire dalle differenze considerando la radice comune, Cristo, tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente?

La fede, la professione di fede delle varie Chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente, è fondamentalmente la stessa, e credo che sia questo che ci unisce già in una profonda comunione. Professione di fede che è essenzialmente Cristo stesso, Verbo eterno di Dio, incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria, crocifisso, morto e risorto il terzo giorno.

Cristo che ha annunciato e annuncia un unico Vangelo che è la radice e la fonte di qualsiasi comunione tra le Chiese cristiane. Ci sono state differenze tra le Chiese cristiane, e ce ne saranno sempre – differenze culturali, linguistiche, etniche. Differenze che, rispettandole sempre e da parte di tutti, sono, direi, non tanto differenze, quanto ricchezza che aiuta la crescita della vita concreta e spirituale di ciascuna delle Chiese.

Vicario di Cristo

Papa Francesco ha eliminato il titolo di “vicario di Cristo” nell’Annuario Pontificio del 2020. Lo si constata nella sezione relativa ai “titoli storici”, dalla quale è scomparsa, cosa che è a quanto pare un gesto di sensibilità ecumenica. È così?

Credo che si tratti di una “revisione” dei titoli che appaiono elencati nell’Annuario Pontificio, e non penso sia una decisione con finalità ecumenica. Bisognerebbe quindi vedere la decisione più a livello di scrittura di un dato ufficiale che di contenuto.

Il vescovo di Roma e ogni vescovo, cattolico o ortodosso che sia, è nella sua Chiesa e per i suoi fedeli “vicario di Cristo”: colui che fa le veci di Cristo, che rende presente Cristo che insegna, Cristo che annuncia il Vangelo, Cristo che guida il Suo gregge. Anche San Benedetto, nella sua Regola per i monaci, dice che nel monastero l’abate è “vicario di Cristo”.

KIRILL
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Il futuro

Vorrebbe segnalare qualche altro punto per illustrare meglio lo stato in cui si trova attualmente il dialogo tra cattolici e ortodossi? Arriverà il giorno in cui cattolici e ortodossi potranno celebrare la Messa insieme?

Come abbiamo indicato, attualmente il dialogo tra cattolici e ortodossi si concentra sull’approfondimento del tema del ministero e del primato del vescovo di Roma. Un tema importante e al contempo delicato che prosegue al suo ritmo “lento e tranquillo” di sviluppo nel dialogo, fatto che può dare l’impressione di una lentezza o perfino di una stasi nell’approfondimento del dialogo.

Non credo che ci troviamo in un momento di “stasi” o di blocco nel dialogo, ma in un momento, ripeto, importante e in qualche modo decisivo nelle decisioni a cui può portare il dialogo. La nostra speranza è sicuramente la possibilità, quando il Signore vorrà e come il Signore vorrà, per i cristiani d’Oriente e d’Occidente di comunicare pienamente nel Corpo e nel Sangue di Cristo, consacrati e santificati nella celebrazione eucaristica.

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