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Ha perso tutto in un incendio, e San Giuseppe le ha restituito ogni cosa…

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Gentileza

Jesús V. Picón - pubblicato il 15/05/21

Elisabeth Roman, grazie per averci concesso questa intervista per Aleteia. Dove sei nata, dove vivi e a cosa ti dedichi attualmente?
Sono nata a Porto Rico. Sono arrivata qui a Chicago quando avevo appena un mese. Ho vissuto qui per quasi tutta la vita. I miei figli sono nati qui.

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Oggi continuo a vivere a Chicago. Appartengo all’arcidiocesi di Chicago, ma svolgo il mio lavoro nella diocesi di Joliet, la diocesi vicina. È a circa un’ora e mezza da dove vivo, e lì sono direttrice dei Ministeri Ispanici ed Etnici.

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Qual è la tua professione, cos’hai studiato? Quali sono le capacità che Dio ti ha dato?

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Ho studiato Scienze Politiche. Ho un baccalaureato in Scienze Politiche e un master in Pubblica Amministrazione, ma lavoravo nel settore della stampa.

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Mi sono trasferita per un po’ da Chicago a Porto Rico, e lì ho lavorato in riviste economiche; sono diventata editor della rivista di business in inglese di Porto Rico.

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Dopo qualche anno sono tornata a Chicago e ho cercato un impiego come editor, perché era quello che facevo, o come giornalista.

In una piattaforma online stavano cercando un editor per le pubblicazioni dei Missionari Claretiani, e quindi ho fatto domanda e sono stata assunta. Sono rimasta con loro 8 anni.

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È stata non solo un’esperienza incredibile perché lavoravo con le pubblicazioni cattoliche per il Ministero Ispanico negli Stati Uniti (abbiamo 5 pubblicazioni e 2 pagine web), ma quasi una conversione pastorale, perché sono arrivata dal giornalismo economico al giornalismo e alle pubblicazioni di stampo cattolico, ed è stata davvero un’ottima formazione.

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Ho dovuto imparare quasi una nuova lingua, perché i termini economici non sono i termini pastorali.

Dopo quegli 8 anni con i Claretiani, ho avuto l’opportunità di servire come presidente del Consiglio Nazionale Cattolico del Ministero Ispanico negli Stati Uniti.

Questo mi dà l’opportunità di lavorare con i vescovi, e di rappresentare il popolo ispanico nelle sue necessità.

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Hai bisogno di uno psichiatra o di un prete”

Parliamo un po’ della tua vita personale. Sei sposata?

Non tengo bene il conto, ma sono divorziata da una trentina d’anni. Non mi sono mai risposata. I miei figli sono ormai adulti, entrambi sposati.

Sono nonna: ho 3 nipoti, il più piccolo dei quali ha 5 settimane e si chiama Sebastián; l’altro nipote si chiama Lucas. Mia nipote si chiama Jimena, ed è la mia principessa, perché io ho avuto due maschi, e Dio mi ha dato questa principessina.

Mi hanno battezzata nella Chiesa cattolica il 27 dicembre; sono nata il 27 settembre, quindi sono stata battezzata a tre mesi, non perché mia madre fosse cattolica, ma perché lo era la mia madrina.

La mia madrina ha convinto mia madre, che amava le feste, del fatto che avrebbe potuto organizzare una festa, e quindi mi hanno battezzata nella Chiesa cattolica, ma non ci sono più tornata fino a quando non sono diventata adulta.

Nella mia famiglia sono tutti di religione protestante pentecostale, e quindi sono stata allevata così. Ho studiato in istituti pastorali pentecostali fino a quando sono diventata un’adolescente ribelle che a 17 anni ha detto: “Non torno”.

Ho trovato un fidanzato e a 18 anni ero sposata, e non sono tornata in nessuna chiesa fino al divorzio.

In un momento di crisi della mia vita personale un mio amico profondamente cattolico mi ha regalato un rosario, il primo della mia vita, e mi ha detto: “Hai bisogno di uno psichiatra o di un prete”.

E io, madre single che in quel momento stava divorziando, non avevo soldi per gli psichiatri, e quindi sono andata dal sacerdote che il mio amico mi aveva raccomandato.

E quel sacerdote mi ha cambiato la vita; se oggi sono qui e svolgo il lavoro che svolgo è perché quell’uomo ha raccolto i pezzi e con il suo amore, la sua pazienza e il suo tempo mi ha rinnovata, mi ha restaurata… ed è il mio padrino di Cresima!

Mi ha anche dato la mia Prima Comunione, ed è stato lui a prepararmi; non sono andata a nessuna lezione, si è preso lui il tempo per prepararmi.

La mia Prima Comunione è stata il giorno di Natale, la mattina di Natale, nella Messa natalizia, perché mi ha detto che dovevo nascere lo stesso giorno del Signore; e quindi per me quella Messa è stata estremamente speciale, perché il giorno di Natale mi ricordo di essere rinata.

E quindi eccomi qui, grazie a quel sacerdote, che mi ha portato a quella che è la vera fede.

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Il rosario è stato una forza

Conservi ancora il rosario che ti ha dato il tuo amico, e cos’ha significato per te?

Non sapevo cosa fosse; sapevo che i cattolici lo pregavano. L’ho tenuto per una ventina d’anni e poi l’ho perso.

E succedevano delle cose… a me accadono sempre cose che ritengo molto strane; quando lo avevo e si rompeva avevo una crisi.

L’ho avuto per 20 anni. Ovviamente da allora ne ho avuti molti.

E ho dovuto imparare ciò che significa il rosario, imparare a recitarlo, ed è stato una forza. Grazie a questo mi collego a quelle preghiere tanto speciali che non conoscevo.

Ho dovuto impararle, e ti dico che la prima volta che mio zio, protestante, mi ha visto con il rosario si è offeso e mi ha detto: “Cosa fai con questo? Ti abbiamo allevato nella chiesa, e tu hai abbandonato il Signore!”

Io ho risposto: “Non ho abbandonato il Signore, ho solo lasciato quella chiesa”. E allora si è tranquillizzato.

Giorni dopo però sono tornati e hanno ripreso a insistere con le stesse cose, perché lui era quasi pastore; e visto che io ero divorziata e non mi ero risposata ho detto: “Sapete una cosa? Se continuate a insistere mi faccio suora, vado in un convento”.

E sono impazziti, e non mi hanno detto più niente perché temevano che andassi in convento.

Qual è stata la tua esperienza con la Messa, con la Comunione? Cos’hai provato? Perché non è la stessa cosa ricevere la Prima Comunione da bambino e a da adulto. Come l’hai vissuto? Com’è stata quell’esperienza per te?

Tanto per cominciare non riuscivo a crederci. Ero sola in quella Messa di Natale, perché la mia famiglia non era praticante.

Il mio amico, quello che mi aveva dato il rosario, mi aveva detto: “Vai da questo sacerdote, ti può aiutare”. L’ho cercato e non era della mia parrocchia, perché io vivevo nel quartiere di San Giovanni, ma quel sacerdote era in un altro quartiere, quello di Santurce, nella parrocchia del Sacro Cuore.

La prima domenica in cui sono andata mi sono seduta dietro, perché dicevo: “Se questi cattolici vengono a fare pressione perché mi converta, come fanno i pentecostali, me ne vado”.

E allora mi sono seduta vicino alla porta, ma quell’omelia è stata come se Dio mi stesse parlando attraverso quel sacerdote. Non pensavo che i cattolici parlassero così.

Pensavo, perché era quello che mi dicevano, che i cattolici parlassero latino, che non si riuscisse a capire e che non dicessero nulla in grado di arrivare a te. Mi sono detta: “Può essere un caso. Vedrò domenica prossima”.

Ed è stato lo stesso: è stato di nuovo come se il Signore mi stesse parlando. Allora mi sono detta: “Non è un caso”, e quindi sono andata la terza domenica, ma ho continuato a sedermi dietro.

Il lunedì ho chiamato l’ufficio parrocchiale, ho preso un appuntamento con il sacerdote e sono andata da lui. Era la prima volta che parlavo con un sacerdote.

Quel giorno mi ha ricevuto nel suo ufficio, non quello che aveva in soffitta, l’ufficio parrocchiale, dove si svolgeva tutto, ma nell’ufficio che stava accanto all’altare.

Non sapevo cosa fosse un altare, non sapevo cosa fosse un tabernacolo. Non sapevo niente di tutto questo!

Il sacerdote ha iniziato a parlare con me e io sono scoppiata a piangere. Non so perché stessi piangendo, e allora mi ha dato tre santini con la preghiera del Divino Bambino Gesù della Colombia e mi ha detto: “Uno è per te e gli altri per i tuoi figli. Recita questa novena”.
Ancora oggi, dopo quasi 30 annni, continuo a recitare quella novena al Divino Bambino; la recito tutte le mattine mentre vado al lavoro.

Quel sacerdote ha iniziato a camminare con me, a prepararmi, a consigliarmi.

Non ho mai avuto un padre, perché la mia famiglia è molto disfunzionale, e mio padre se n’è andato quando ero molto piccola.

Il sacerdote, che aveva 70 anni, mi ha detto: “Non hai mai avuto un padre. Io non ho avuto una figlia per via della strada che ho scelto. Tu sei mia figlia”.

E mi trattava davvero come sua figlia! Avevo la chiave di casa sua. Io pulivo la casa, lui cucinava per me, e mi comprava una birra quando andavo ad aiutarlo a casa sua. Mi ha davvero trattato con l’amore del padre che non avevo mai avuto.

E per la mia famiglia è stato uno shock, perché dalla mattina alla sera sono diventata cattolica e recitavo il rosario.

Ci siamo inginocchiati, lui ha iniziato a pregare e io ho cominciato a piangere, senza riuscire a controllarmi.

Non ero mia stata davanti a un tabernacolo. Poi mi ha portata all’ambone e mi ha detto: “Un giorno leggerai da qui”, e io pensavo: “Questo sacerdote è pazzo. Sa che non sono cattolica, come può dirmi che leggerò da qui?”

Ma ho letto da lì, perché quando Dio vuole qualcosa lo vuole davvero!

Circa la terza domenica dopo che avevo parlato con lui, stavo uscendo dalla Messa e ho sentito che qualcuno diceva al microfono: “Elisabeth!”; allora mi sono girata verso il sacerdote e mi ha detto: “Sì, tu”.

Mi sono avvicinata a lui e mi ha detto: “Vai lì al negozietto, e aiuta la mia segretaria a vendere”.

Il negozietto era all’ingresso della parrocchia, e vi si vendevano santini, preghiere e opuscoli.

Io ero l’editor di una rivista di affari, e il sacerdote mi stava dicendo di vendere santini alla porta della chiesa.

Però ho obbedito, e sono rimasta lì circa 12 anni.

Il sacerdote diceva che ero adatta alle pubbliche relazioni, e io annotavo le Messe, mi portavano i bambini che volevano la benedizione del prete… a quel banco arrivava di tutto!

È stato così finché non sono venuta a Chicago, ma è stata davvero un’esperienza importante stare 12 anni in quel negozietto, lavorando lì.

Dio mi ha cambiato la vita, e per questo faccio quello che faccio; per questo, quando ho visto l’offerta di lavoro come editor per i Claretiani mi sono detta che potevo farcela.

Facendo una piccola parentesi, in quella tappa che hai passato a Porto Rico, lavorando nel mondo secolare, chi sei riuscita a intervistare? A quale livello ti muovevi? Perché una cosa è la rivista dei Claretiani, e un’altra ben diversa è la rivista di affari – sono due mondi distinti.

Sì, è stato un cambiamento totale. Ho avuto belle esperienze come editor di una rivista di affari, parlavo con i politici e gli impresari del Paese. È stata un’esperienza molto positiva.

Sono stata anche editor di una rivista musicale, e ho viaggiato per il mondo e conosciuto molti artisti. Sono state esperienze arricchenti.

Ad esempio, ho conosciuto Ricky Martin, Julio Iglesias, Chayanne, e anche artisti statunitensi all’epoca di moda.

Come editor delle riviste di intrattenimento e di musica nell’isola ho dovuto viaggiare per coprire molti concerti e cose che la nostra gente, i boricuas [i Portoricani], stava facendo in quel mondo.

➡️ GALLERY: SAN GIUSEPPE NELLA STORIA DELLA CHIESA ⬅️

All’epoca ancora non eri molto vicina a Dio, ancora non eri cattolica, o già lo eri?

No, non ero cattolica. Ma all’epoca nel mondo della musica ho conosciuto un artista, un cantante molto cattolico, quello che mi ha regalato il mio primo rosario.

Ora non canta più, credo che sia professore universitario, perché la vita cambia, ma all’epoca era un cantante di salsa il cui nome d’arte era Ángel Javier.

Ángel Javier era venuto da Porto Rico a Chicago per cantare in occasione di un concorso di Miss Porto Rico alla parata portoricana, e io ero stata invitata da Porto Rico a quell’evento per essere giudice del concorso, quindi io ero uno dei giudici, e lui uno dei cantanti, con Willie Colón.

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Siamo tornati a Porto Rico sullo stesso volo e siamo diventati amici, e lui è molto cattolico. Poi abbiamo lavorato insieme, e lui condivideva la fede con me.

Cos’ha significato per te il Cammino di Santiago?

Progettavo di fare il Cammino di Santiago da dieci anni, perché avevo letto e sentito al riguardo.

Un amico mi aveva regalato una croce e un rosario con San Giacomo, ho iniziato a leggere ed è nata la voglia di farlo.

Tutti dicevano che era una follia, e che se avessi saputo cosa accadeva lì probabilmente non ci sarei andata.

Ho camminato per 32 giorni, percorrendo 800 chilometri: dalla Francia, ai piedi dei Pirenei, a Santiago de Compostela, in Spagna.

Ho iniziato a salire sui Pirenei, e i primi 7 giorni sono stata piuttosto male; vomitavo tutti i giorni, mi sono disidratata e soffrivo di gastrite.

Sono andata in farmacia, e la farmacista mi ha detto: “Devi tornare a casa, perché se continui così non tornerai”.

Una volta ero in un paese e stavo vomitando talmente tanto che sono andata dietro un carretto che vendeva cibo e dei pellegrini tedeschi sono venuti a darmi una medicina.

Altre volte vomitavo e mi buttavo da un lato della strada, e la gente veniva ad aiutarmi, a darmi cibo e acqua.

Non avevo mai provato tanta bontà e tanto affetto da parte di persone sconosciute. Quando vedevano che stavo male tutti volevano aiutarmi!

Quei primi 7 giorni in cui ho salito le montagne mi sono sentita come se avessi tirato fuori tutto lasciandomelo alle spalle – non so se era l’altitudine che mi faceva stare male.

Sono arrivata in un bar-ristorante e stavo molto male. Una ragazza, la figlia del proprietario, mi ha detto: “Devo portarti in un ospedale, da un medico”, ma io ho detto che volevo continuare a camminare.

Lei, però, ha insistito e ha chiamato suo padre. Quel giorno qualcuno mi ha dato una cosa che si chiama “Aquarius”, una specie di “Gatorade”, ho iniziato a prenderlo e il mio stomaco ha cominciato a migliorare, e quindi l’ho preso per tutto il cammino.

Ho continuato a camminare, e dopo quella prima settimana ho lasciato i Pirenei e sono entrata in una zona che si chiama Meseta.

Lì si rimane per 10 giorni nei paesini che si incontrano lungo il cammino; ogni 10 o 15 chilometri ce n’è uno. Il territorio è piano, e quindi si sta con se stessi e con Dio.

Non ero preoccupata per la salute del mio ccorpo, sentivo di avere un po’ più di energie e mangiavo meglio.

La mia testa, però, ha iniziato allora a pensare a tutte le cose a cui si pensa quando si è da soli. Nel mondo in cui viviamo non abbiamo mai la possibilità di stare 10 giorni soli con la nostra testa, con Dio, con la solitudine, con il silenzio. Ed è lì che la tua mente inizia a cambiare.

E io dico che la terza parte è quella in cui entra il tuo spirito.

Perché quando esci dalla Meseta e torni alle montagne che portano alla Galizia, a Santiago, allora entrano dentro di te quella spiritualità e quella gioia dovuta al fatto che si sta per arrivare.

E allora tutti i paesi ti accolgono con una croce e una parrocchia, perché tutto quel cammino è fatto per i pellegrini.

E tutti ti trattano con amore, con affetto. Se hai fame ti danno da mangiare, se hai bisogno d’acqua… Ti danno tutto ciò di cui hai bisogno!

Tutti ti dicono “Buon cammino!”, e tutti salutano i pellegrini. Ti trattano come un re!

➡️ FOTOGALLERY: IL LUOGO DOVE E’ APPARSO SAN GIUSEPPE ⬅️

Arrivo a Santiago con le vesciche sotto ai piedi, anzi, delle borse! Lungo il cammino, salendo un monte, siamo arrivati a un piccolo bar in cui mi aspettavano i miei compagni; mi sono seduta e sono rimasta lì per un po’, e ho detto: “Non ce la faccio più con le vesciche!”

Ma guarda come sono quelli del Cammino: è un popolo di Dio, siano religiosi o meno, perché tutti ci vanno per cause diverse.

Una ragazza mi ha sentito mentre mi lamentavo, è venuta da me e mi ha detto: “Posso aiutarti con i piedi?” Le ho risposto: “Cammino da 5 ore con queste scarpe e tu vuoi vedere i miei piedi?”

Lei, però, aveva un kit per curare le vesciche. Le ha bucate con un ago, le ha svuotate dell’acqua e mille altre cose. Mi ha detto cosa dovevo fare perché non si riformassero.

Le ultime due settimane ho percorso il Cammino di Santiago in sandali perché non riuscivo a mettermi le scarpe.

Dopo la cura la pelle rimane come carne viva, e non riuscivo quasi a camminare, ma sono comunque arrivata a Santiago.

Uno dei miei compagni mi aveva dato uno di quei cerotti per la schiena, ma io me lo mettevo sotto i piedi, e lui mi diceva: “Ti avvelenerai, quel cerotto non è per le ferite aperte”.

Io ho continuato a zoppicare. Il giorno in cui siamo arrivati a Santiago ci siamo alzati alle 5.

In Spagna, in quei paesi, non c’è nulla che sia aperto alle 5 di mattina.

Quel giorno, quando siamo arrivati a Santiago, abbiamo saputo che il botafumeiro, che non viene

usato sempre, quel giorno sarebbe stato usato, e dovevamo arrivare per la Messa di mezzogiorno.

Siamo arrivati senza mangiare, a digiuno. Camminavamo con un compagno russo che abbiamo adottato lungo il cammino, ed è svenuto in piena Messa. È arrivato un medico per dargli qualcosa.

Potrei scrivere un libro con tutte quelle esperienze, ma ciò che conta di tutto quello che si vive nel Cammino di Santiago è che ci si trova con se stessi e si parla con Dio, perché non c’è nessun altro con cui parlare.

Ci si stanca di pensare a tutto quello che si pensava, ma Dio è sempre lì, e allora ti tocca.

E ci si rende anche conto dell’affetto e dell’amore della gente, perché è stata la gente a prendersi cura di me.

Quando, alla terza settimana, in un villaggio in cima a una montagna, ho incontrato una ragazza dell’Inghilterra che mi aveva visto star male il primo giorno, mi ha abbracciata e mi ha detto: “Ho pensato che non ce l’avresti fatta. È un miracolo vederti qui”. Chiunque mi vedesse star male mi diceva “Devi tornare indietro”.

Avevo detto ai miei figli: “Se muoio lì me ne vado felice, quindi non preoccupatevi, perché è qualcosa che devo fare”.

Una volta stavo vomitando e mi sono seduta accanto ad alcune mucche, e nel mio delirio dicevo loro: “Se muoio non mi mangiate, perché devono ritrovarmi”.

Un altro giorno in cui stavo sempre vomitando, mi sono accasciata sulla costa del monte e ho guardato da un lato, trovando la croce di una persona morta lì, e allora ho detto: “Non resto qui con te”, e ho continuato a camminare.

C’era un’ondata di calore, e la gente si disidratava, e io continuavo a camminare. È stato Dio a guidarmi su quel cammino.

L’ho fatto a 59 anni, quindi non avevo né l’energia né il fisico necessario.

Camminavo molto, ma non avrei mai immaginato di attraversare i Pirenei, men che meno senza mangiare perché il mio stomaco non tollerava il cibo.

Ho iniziato a mangiare un’arancia perché una donna sulla via mi ha visto malata e mi ha dato la sua arancia, e il mio organismo l’ha accettata, quindi tutti i giorni ne cercavo una.

La mangiavo ma la condividevo, perché l’avevano condivisa con me. Non la mangiavo finché non trovavo qualcuno con cui condividerla.

Arrivavamo agli ostelli, e visto che adoro cucinare cucinavo. Cantavamo, condividevamo… era come un altro mondo!

Confesso che quando sono tornata qui ho pensato: “Dio mio, avrei voluto rimanere lì”.

Hai mai pensato che sia stato un cammino di purificazione, per liberarti di quello che Dio non voleva per te, e che sei cresciuta nello spirito fino ad arrivare a destinazione?

Penso che sia esattamente quello che mi è successo. Vedevo miracoli e pensavo: “Sto delirando”.

Una volta ero sui monti, tornando, e mi sono seduta vicino ad alcuni alberelli con le foglie molto alte.

Ho guardato in alto, e prima di arrivare alle foglie di uno di quegli alberelli ho visto l’immagine della Vergine, e in quel momento le ho detto: “So che non morirò qui”.

Mi sono alzata e ho continuato a camminare. Dio è molto buono con me. A volte camminavo senza sapere da dove trarre la forza, perché in quel percorso ho perso 15 chili.

Dopo aver terminato il Cammino di Santiago siamo andati a Fatima, perché sentivo di dover rendere grazie alla Madonna.

Abbiamo viaggiato in autobus per 9 ore, siamo arrivati a Fatima e siamo entrati nella cappella in cui era apparsa la Vergine e in cui si stava recitando il Rosario in portoghese.

Era pieno, ma non appena siamo entrati si è liberato il primo banco, e noi tre che viaggiavamo insieme ci siamo seduti.

È terminato il Rosario in portoghese e hanno iniziato a tirare fuori i libri della Messa, e quindi siamo rimasti. C’erano un cardinale e 12 sacerdoti, e io vedevo in loro il Signore e i 12 apostoli che ci accoglievano lì per dirci: “Ben fatto, siete arrivati, siete arrivati!”

Ti confesso che ho capito perfettamente la Messa in portoghese, come se fosse Pentecoste. Se non avessi fatto il Cammino di Santiago, non so cosa mi sarebbe accaduto sei mesi dopo, quando la mia casa è andata a fuoco.

Quando facevo il Cammino, tra montagne splendide e con i piedi doloranti, l’amico russo che avevo incontrato, un giovane divino, mi aiutava.

Gli ho detto: “Quando tornerai a Mosca e io tornerò a Chicago, e ci ritroveremo nella crisi della vita quotidiana, ci ricorderemo di questo posto, di questa vista così bella”, perché erano montagne splendide, la bellezza di Dio.

E nel mio incendio tornavo lì, e dopo l’incendio tornavo lì.

Cos’è successo alla tua casa?

Era la festa della Mamma del 2019, e c’è stato un incendio nell’edificio per via di un problema elettrico.

Vivevo nell’appartamento del primo piano; gli altri due, del secondo e del terzo, sono scomparsi totalmente, ma il fuoco non è entrato in casa mia.

Io stavo dormendo. Erano le 4 del mattino. Vivo con mia cugina, e mia madre era venuta in visita dalla Florida.

Era arrivata due giorni prima, e il sabato avevamo festeggiato con la mia famiglia la festa della Mamma.

Se ne sono andati tutti, e la domenica, alle 4 del mattino, ho sentito mia cugina bussare alla porta e dire: “Al fuoco, al fuoco!”

Ero andata a letto così stanca che mi è costato svegliarmi, e quando sono uscita dalla mia stanza la finestra della cucina era in fiamme.

Ma quel fuoco non hai mai attraversato la finestra. Mia cugina ha aperto la porta della cucina, che aveva un’altra porta, la screen door, e il fuoco non è entrato. Il secondo e il terzo piano erano invece scomparsi.

Quando siamo usciti dalla porta anteriore c’erano tre camion dei pompieri, e continuavamo a sentire le sirene. In totale sono arrivati cinque camion.

I pompieri e i poliziotti che erano lì era come se avessero visto dei fantasmi, perché pensavano che l’edificio fosse vuoto. Siamo sopravvissute perché Dio è grande.

Ho chiamato i miei figli e sono venuti a prendermi. Ero in pigiama, e quindi sono andata a cambiarmi a casa di mia nuora, e poi sono tornata per vedere l’appartamento, quello che ne era rimasto.

Una vicina mi ha chiesto: “Vivevi lì?” Io le ho risposto che vivevo al primo piano.

Allora mi ha abbracciata e mi ha detto: “Mio marito e io abbiamo pensato che tutti in quell’edificio fossero morti”.

Il fuoco l’aveva svegliata, ha illuminato a tal punto la stanza che si è svegliata, e ha visto che erano le 4 del mattino, quindi non poteva essere il sole che sorgeva. Ha chiamato i pompieri e ha girato video e fatto foto, che poi mi ha inviato.

Nel video si sente che grida in direzione del marito credendo che la gente che abitava nel mio edificio fosse morta.

Ha chiamato il marito e gli ha detto: “Vieni qui! Guarda, vivevano lì e si sono salvati!” E suo marito, uno statunitense, si è fatto il segno della croce e ha detto: “Signora, lei è un miracolo”.

Da quel primo giorno, il Signore mi sta facendo sapere che la mia vita è un miracolo.

Quando sono salita al secondo e al terzo piano non c’era tetto, e al secondo piano non restavano neanche le parti della cucina.

Nel mio appartamento, però, il fuoco non si è portato via niente. Quello che ha danneggiato tutto è stata l’acqua. Il fuoco non è entrato!

Ci sono stati morti?

Il gatto del secondo piano, perché visto che era la festa della Mamma tutti andavano a trovare la propria madre, e gli inquilini del secondo e del terzo piano erano fuori città.

Grazie a Dio il resto dell’edificio era vuoto; c’eravamo solo noi tre.

Quando i pompieri ci hanno dato il permesso di entrare ho potuto prendere i miei effetti personali, ma niente mobili, ma non mi manca niente, perché il Signore mi ha dato tutto, e sono veramente grata.

Ce ne siamo comunque dovute andare perché il soffitto del secondo piano era collassato sul mio.

Non ho potuto prendere alcun mobile perché l’acqua li ha danneggiati, ma grazie a Dio siamo vive.

La vicina che ha fatto foto e video me le ha inviate, e per molto tempo ho guardato le foto ma mi faceva venire l’ansia, e quindi ho cancellato tutto.

Prima di cancellarle, però, ne avevo inviata una a una persona che mi è amica da 15 anni, che mi aveva mandato gli auguri per la festa della Mamma, e io avevo risposto: “Grazie. Sono in pigiama e sono dovuta andare via di casa perché il mio appartamento è andato in fiamme”, e avevo mandato una foto.

Mesi dopo l’ho visto a una conferenza; eravamo seduti a un tavolo, e tutti mi chiedevano dell’incendio, perché era diventato un tema di dialogo.

Il mio amico mi ha allora mostrato al cellulare la foto che gli avevo inviato. Aveva tracciato un cerchio nero nella foto intorno a una presenza chiara ferma nella candela al primo piano.

Quando mi ha mostrato l’immagine, è stato ovvio che ci fosse qualcosa, una presenza ferma nel fuoco. Io dico che era il mio angelo custode. Mi è venuto da piangere, perché per me vedere quell’immagine è stato molto forte.

Ed è un altro messaggio che Dio mi ha inviato del fatto che mi ha protetto.

Prima Dio mi aveva preparato. Quando ho fatto il Cammino di Santiago, sono stata per 40 giorni con uno zaino con tre cambi di vestiti che lavavo a mano negli ostelli.

Tornando a casa mi sono resa conto che avevo molte cose, perché avevo vissuto per 40 giorni con così poco, alzandomi solo perché Dio mi accompagnasse e si prendesse cura di me fino ad arrivare al paese in cui dovevo giungere quel giorno, a volte camminando per 30 chilometri, a volte per 20, quasi maratone ogni giorno.

Dipendevo da Dio, non sapevo dove andavo, ed Egli mi ha preparato per stare senza niente, come nel Cammino, dove non avevo nulla, solo Dio.

Aver fatto il Cammino di Santiago è quello che mi ha dato la forza di fronte a quell’incendio.

Cos’è accaduto nella tua vita? Dove sei andata a vivere? Hai recuperato la tua casa?

I miei figli volevano che andassi da loro, ma ho un’amica che ha buoni rapporti con una comunità religiosa, e con il suo aiuto sono andata a vivere in un convento delle Suore Ausiliatrici del Purgatorio.

Dio ti porta dove hai bisogno di andare. Nel seminterrato hanno un’area che si chiama “il pozzo”, e sono andata a vivere nel pozzo della speranza. Sono rimasta lì per 5 mesi.

L’incendio è avvenuto a maggio, e poco prima, a marzo, avevo iniziato a lavorare nella diocesi di Joliet, quindi ero nuova, quasi non mi conoscevano.

Mi sono presa una settimana libera perché avevo bisogno di riprendermi a livello emotivo, e allora è venuta a trovarmi una signora che lavora nella diocesi con il Ministero della Famiglia e con famiglie che subiscono delle perdite.

Ci ha offerto una terapia, il che è stato ottimo perché sia le religiose che io e mia cugina ne avevamo bisogno. È stato incoraggiante e ci ha aiutate a guarire.

Quando sono tornata in ufficio, la direttrice del Ministero dei Giovani mi ha detto: “Ho un’amica che si trasferisce a Phoenix, in Arizona, e sta dando via le sue cose. Le vuoi vedere?”

Io non avevo nulla, e quindi le ho detto di sì, ma pensavo che forse mi avrebbero regalato degli asciugamani e cose del genere, e invece sono arrivata in quella casa e quella signora mi ha regalato tutti i suoi mobili.

E mi ha quasi regalato pure una macchina, perché me l’ha data a un prezzo bassissimo! Io non avevo una macchina, andavo alla diocesi con la macchina di mia cugina.

Il Signore mi ha dato cose migliori di quelle che avevo prima dell’incendio e che non avrei mai potuto comprare. Quello che ho oggi nella mia casa è quello che mi ha regalato quella famiglia.

Cos’è successo al tuo vecchio appartamento?

Lo hanno restaurato. Vivevo da 14 anni in quell’appartamento; era dei miei figli, che quando sono andati all’università lo hanno affittato, e quando sono venuta da Porto Rico sono andata a vivere con loro. Poi si sono sposati, e io sono rimasta a vivere lì.

Lo hanno ristrutturato, ma non l’ho potuto vedere dall’incendio. Non ho visto quell’edificio, non ho ancora la forza di vedere il luogo in cui ho vissuto per 14 anni.

Ora dove vivi?

Vivevo con le suore in un posto molto abitato, molto urbano, e la questione della pandemia mi preoccupava.

Mio figlio ha comprato una casa lontana dal centro; attraversando una strada siamo in un sobborgo, e a due case da lui c’era un appartamento che stavano affittando.

E vivo qui, con i padroni di casa che sono una coppia messicana, anziana, gente di Dio, che sono come i nostri nonni.

Sono passati due anni dall’incendio, ed è la prima volta da allora che sento di avere una casa.

Non mi sono sentita a casa finora, ma vivere nel convento con le religiose anziane è stata comunque un’esperienza.

La prima volta che sono uscita, una suora mi ha chiamata e mi ha detto: “Dove vai?” Io mi ritenevo indipendente, ma lei mi ha spiegato: “Quando si vive in comunità si deve dire quando si esce”.

E ho pensato: “Ma dove sono capitata?” Ma sono state molto buone e voglio loro molto bene, mi hanno salvato la vita.

Sono stata con loro 5 mesi, e poi sono andata in un appartamento, ma ancora non mi sentivo a casa; ora sì. Dio mi ha portato dove devo stare.

Elisabeth, cos’ha significato per te San Giuseppe?

Quando ero in convento, suor Dominga mi ha detto che Papa Francesco è molto devoto a San Giuseppe dormiente.

Non ne avevo mai sentito parlare, ma lei lo ha sul tavolo del refettorio, e il Pontefice, in una visita che ha fatto nelle Filippine, ha detto che ce l’ha in ufficio e che gli mette sotto delle richieste perché “San Giuseppe dormiente” comunica con il Signore ed eleva le nostre richieste.

E allora, visto che non avevo una casa, sono andata con suor Dominga e con mia cugina in una libreria delle Paoline a cercare il “mio” San Giuseppe dormiente.

Ho anche comprato un libro di preghiere a San Giuseppe nei tempi difficili, e ho iniziato a leggerlo e a recitare le preghiere e la novena, perché mi aiutasse a trovare una casa, e l’ha fatto.

Ho il mio “San Giuseppe dormiente” su una scatolina di vetro, nella quale metto le mie richieste.

Ogni tanto, quando ne metto una, guardo quelle che stanno lì e segno quelle a cui ha risposto.

È la mia scatolina dei miracoli! Tutto quello che affido al mio “San Giuseppe dormiente” si sta verificando.

Anche questa casa in cui vivo, e la casa di mio figlio. Doveva trasferirsi perché con la pandemia i bambini non potevano uscire di casa, e quindi voleva una casa con un cortile; me lo ha detto a maggio, e a giugno si stava trasferendo nella nuova casa.

Ho prestato il mio libro di preghiere a un compagno della diocesi, il direttore dell’evangelizzazione, che si era trasferito nella diocesi di Joliet e non aveva una casa, per cui viveva in un rettorato vuoto.

Gli ho detto: “San Giuseppe ti troverà una casa, prega”. Poco tempo fa mi ha restituito il libro con una nota in cui mi ha detto: “Ho una casa grazie a San Giuseppe”.

Come riassumeresti la tua vita? Sei felice?

La notte prima dell’incendio ho detto ai miei figli che ero molto legata alla mia casa, e ho detto a mio figlio maggiore: “Per la prima volta dopo tanto tempo sono felice”. E quella stessa notte la casa è andata in fiamme.

È stato un colpo forte. Dicevo: “Dio mio, e ora cosa faccio? Dove andrò? Con chi vivrò? Come farò, alla mia età, a ricominciare, dopo tante lotte, tante battaglie?”

Ma se è uscito qualcosa da tutto questo è che mi sono resa conto di quanto Dio mi ama, di quanto mi protegge.

E dico a tutti: “Ora sono la figlia prediletta di Dio”, perché in ogni momento vedo la mano di Dio nella mia vita.

Quando guardo indietro alla mia vita, che sia il Cammino o l’incendio, vedo che Dio mi protegge sempre.

Non sono io, da sola non ce la posso fare, sono solo una semplice donna, una nonna di 60 anni. Se c’è qualcosa che sia chiaro è che Dio mi ama e che si è sempre preso cura di me.

L’incendio è stato solo un altro segno della cura che ha nei miei confronti: non mi manca nulla! Quando i miei figli mi hanno chiesto di cosa avevo bisogno per Natale ho risposto: “È una domanda molto difficile, perché non mi manca niente”.

Sono molto grata a Dio, alla gente che mette sul mio cammino, all’opportunità di servire.

Sono certa di essere qui per fare ciò che Dio vuole; per questo mi ha protetta da quell’incendio, per questo mi ha posto in quella situazione di purificazione attraverso il Cammino di Santiago, perché la mia vita doveva cambiare per Lui, per fare ciò che faccio.

Sono una nonna che lavora per il Signore, ma a volte mi porta e mi mette in luoghi in cui devo alzare la voce per il mio popolo, per la mia gente, e quel fuoco mi ha definitivamente purificata.

Non sono la stessa persona. Sono cambiata. Credo che qualsiasi persona abbia avuto un’esperienza così vicina alla morte dica che cambia. Dio mi ha cambiato nuovamente per questa nuova tappa.

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