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Un Messicano dall’altra parte del mondo, senza paura del martirio

Jesús V. Picón - pubblicato il 05/08/21

Abbiamo intervistato il nuovo nunzio in Papua Nuova Guinea, monsignor Fermín Sosa, secondo ambasciatore messicano della Santa Sede nella storia della Chiesa

Monsignor Fermín Sosa è messicano, ha viaggiato in tutto il mondo inviato dalla Santa Sede, è poliglotta, ciclista, secondo nunzio apostolico messicano nominato da un Papa, senza paura del martirio, ed è stato mandato ai confini del mondo per compiere una missione apostolica e missionaria.

Il presule dichiara: “In Papua Nuova Guinea una celebrazione eucaristica può durare due ore; mentre noi stiamo qui a lamentarci per il fatto che la Messa dura 45 minuti, lì gioiscono e vivono con allegria la celebrazione eucaristica”.

Monsignor Fermín Sosa Rodríguez, grazie per averci concesso questa intervista per Aleteia. Per favore, può dirci dov’è nato, dove vive e dove vivrà?

Sono nato il 12 aprile 1968 nella città di Izamal, a 75 km dalla città di Mérida, nello Stato messicano dello Yucatán. Questa città è molto nota ed è chiamata “la città delle tre culture”. È iniziata come una città maya, poi è stata degli Spagnoli, e infine si è sviluppata la cultura meticcia.

È una città molto bella visitata da Giovanni Paolo II nel 1993. Vi ha anche incontrato gli indigeni dell’America Latina. Quando sono arrivati gli Spagnoli si sono stabiliti i Francescani e hanno costruito un grande convento, imponente, molto bello, che contiene quello che è considerato il secondo atrio più grande al mondo dopo quello del Vaticano. È un atrio con arcate di stile moresco.

FERMIN SOSA

Sono nato lì, ho vissuto lì negli anni dell’infanzia, e poi i miei genitori si sono trasferiti a Mérida, la città capitale dello Yucatán. Siamo andati a vivere lì per motivi di lavoro. Ho seguito tutta la mia formazione a Mérida, anche la mia formazione vocazionale, in parrocchia. La mia parrocchia è dedicata a Maria Immacolata, ed è nel Fraccionamiento Campestre.

Quando siamo andati a vivere in questa zona, la parrocchia ancora non esisteva. Avevo 7 anni quando è iniziata la fondazione, e sono entrato come chierichetto per aiutare il parroco con un gruppo di bambini che erano lì.

Da chierichetto sono passato ad altri gruppi apostolici, che ho formato con compagni e amici; avevamo un parroco molto attivo anche nei confronti dei giovani. La parrocchia è cresciuta rapidamente. Il mio parroco era una persona molto nota, e molta gente generosa ha aiutato la costruzione del tempio come tale. È una parrocchia molto feconda, e vi nascono molte vocazioni.

Ero coinvolto in quella dinamica con i giovani ed è nata un’inclinazione nel cuore ad essere sacerdote; non l’ho mai espresso fino a quando non sono stato chiamato a entrare in seminario, ma per tutto quel tempo c’era quell’inclinazione e quel “tarlo” nel cuore.

Non lo avevo mai esternato, finché un giorno il parroco, attraverso il vicario, mi ha inviato a seguire i corsi vocazionali, che sono stati un momento molto interessante della mia vita perché è stato un cambiamento radicale; studiavo, e poi ho lasciato gli studi per entrare in seminario.

Quali ritiene che siano i talenti che Dio le ha dato? È poliglotta, parla varie lingue. Ci parli un po’ di questo dono.

Credo che a livello personale una persona non sappia che talenti ha; per questo, nel messaggio finale che ho dato alla mia ordinazione, una delle cose che ho fatto è stato ringraziare Dio che ha visto in me quello che io non posso vedere. Spesso nei talenti si dice: “Bene, che tipo di talenti posso avere?”

FERMIN SOSA

Da studente non ero un genio; studiavo, ma c’erano allievi migliori di me. Quanto ad altre capacità, sicuramente ci saranno persone migliori, e quindi non so perché il Signore mi ha chiamato a questo. E lo ringrazio.

Dall’altro lato, parlo varie lingue, è vero. Ho studiato l’inglese negli Stati Uniti quando avevo 16 o 17 anni. Ho avuto la possibilità di andare lì e ho imparato la lingua. Le altre le ho imparate nel servizio, in Costa d’Avorio e in Burkina Faso, Paesi in cui si parla il francese.

Ai miei tempi al liceo si insegnava il francese, ma si studia e poi non si pratica, perché in Messico si pratica più l’inglese che il francese. Non avrei mai immaginato che lo avrei parlato meglio, e non solo che lo avrei parlato, ma anche che sarei arrivato a vivere in un Paese francofono.

E anche l’italiano, perché quando ti mandano a studiare in Italia bisogna dominarlo; è la prima lingua nelle nunziature. Svolgiamo tutto il lavoro nella nunziatura e ogni iter tra la Santa Sede e le nunziature in italiano.

Sono queste le opportunità che Dio mi ha dato per poter imparare altre lingue. Spero che nel mio servizio ora mi portino anche in un Paese di lingua portoghese e in altri per imparare altre lingue. Sono stato in Serbia nella mia ultima nomina, e lì ho iniziato a prendere lezioni di serbo; ho imparato alcune parole, ma poi è iniziata la pandemia e ci hanno chiuso, e non avevo nessuno con chi praticarlo nel modo giusto; ma mi sono rimaste molte parole in serbo.

FERMIN SOSA

Dio dona queste capacità per poter realizzare la missione nel luogo che spetta. Per questo dico che ora che mi chiede delle mie capacità a volte io non le vedo. Spesso non vedo quello che il Signore mi ha donato, ma che emerge nel lavoro concreto.

Monsignore, ha qualche hobby? Le piace qualche sport, come si distrae?

In seminario dovevamo praticare sport. A me piace camminare, molto! Mi piaceva molto anche correre, ma per problemi alle ginocchia il medico mi ha detto che non posso più farlo, e che devo anche fare molta attenzione al peso. Ma mi piace molto camminare, e anche conoscere, e per questo dedico molto tempo alla lettura.

In seminario facevo molto esercizio: mi alzavo alle 5.00 per un’ora di corsa, e alle 15.00 avevamo sport obbligatorio. Con il calore dello Yucatán e sotto il sole bisogna andare a giocare a calcio o a basket; c’era anche una piccola palestra, con dei pesi per fare un po’ di fitness. E mi piaceva, come il calcio.

Quando sono uscito dal seminario e mi hanno scelto per poter andare a studiare all’Accademia mi sono dedicato agli studi. Anche in Accademia c’è una piccola palestra, e con un compagno usciamo alle 5.00 a correre, per poterci mantenere in forma e non aumentare di peso, visto che il cibo italiano è ottimo ma ha molti carboidrati, e quindi devo equilibrare il peso, perché adoro mangiare.

È quello che ho fatto in tutti i luoghi in cui sono stato. Non possiamo fare molto sport, perché gli impegni della nunziatura sono molto esigenti. I fine settimana, quando si può, ad esempio in Papua Nuova Guinea, dove torno ora, quando c’è la possibilità mi piace giocare a golf con gli amici.

FERMIN SOSA

Mi chiedevano: “Hai tempo?”; “Sì”; “Allora andiamo a imparare a giocare a golf”. E una, due, tre o quattro volte, con la fortuna di un principiante, andavo in buca al primo colpo, e tutti contenti perché non avevo mai giocato a golf.

Soprattutto, però, ho camminato. E sono andato in bicicletta. Dopo la Papua, una delle prime cose che ho fatto quando sono arrivato in Burkina Faso è stato comprare una bicicletta, conoscere la città in bicicletta; mi piace convivere con la gente, vivere quello che vivono gli altri, imparare come vive la gente dei mercati.

Anche la prima cosa che ho fatto quando sono arrivato negli Stati Uniti è stato prendere una bicicletta, e lo stesso in Canada, e anche in Serbia lo scorso anno. Mi piace conoscere in bici.

Monsignore, dove l’ha inviata Francesco? In quale Paese? Qual è il motivo? E qual è il contesto sociale di quel Paese, le problematiche principali?

Dopo aver concluso i miei studi all’Accademia, la mia prima nomina è stata proprio la Papua Nuova Guinea, un Paese di missione parlando a livello ecclesiastico, un Paese in cui c’è una struttura molto ampia della Chiesa cattolica: ci sono scuole, ospedali, cliniche, dispensari; ha scuole tecniche, primarie. Agisce a livello di istruzione e sanitario in modo molto ampio in tutto il Paese.

È un Paese che ho amato molto, mi è piaciuto; ha una realtà del tutto diversa da quella che viviamo in Messico, e come il nostro è un Paese plurale a livello di culture: ha più di 800 tribù con oltre 800 lingue. Credo che il fatto di venire dal Messico, dove si vive una pluralità di culture, mi abbia aiutato a integrarmi. Non mi piace rimanere chiuso nella nunziatura, voglio convivere con la gente, conoscere la cultura, le culture esistenti, che sono molte e varie. E anche vivere le problematiche che vivono i cristiani. Lì non sono perseguitati.

FERMIN SOSA

Quando sono arrivato c’erano tre realtà: Chiesa anglicana, Chiesa luterana e Chiesa cattolica. È stato molto bello vedere la convivenza di queste tre realtà tra loro: rispetto reciproco, aiuto e convivenza. Per me è stato il primo “choc ecclesiastico”, potremmo chiamarlo così, avendo vissuto prima in un Paese in cui alcune religioni si colpiscono a vicenda.

Vedere che si può convivere rispettando gli altri è stato per me la prima realtà positiva che ho constatato a livello ecclesiale.

A livello civile è un Paese che a poco a poco sta avanzando. Sono andato via 14 o 15 anni fa, e quindi non conosco più bene la realtà. In 15 anni sono cambiate tante cose a livello tecnologico e di struttura. Quando c’ero io non c’era tanto turismo. Posso giudicare la Papua Nuova Guinea del passato, di 15 anni fa, ma sarebbe ingiusto giudicarlo ora perché la realtà può essere cambiata.

A livello ecclesiale posso dire che ci sono ancora molte carenze e molte sfide, tra cui i seminari. Devo vedere com’è la realtà attuale dei seminari, dei seminaristi, la situazione dei sacerdoti e dei vescovi.

Essendo un Paese in cui ci sono malattie come la malaria, è una sfida che va affrontata, e bisogna tutelarsi. Posso però dire che è un Paese che sta avanzando, e sta cercando la sua vocazione tra quelle di tutti i Paesi del mondo.

FERMIN SOSA

Come sono i cattolici in Papua Nuova Guinea? Com’è la celebrazione di una Messa? Abbiamo visto alcuni video di zone dell’Africa con molto folclore, colori e danze. Com’è il cattolico di quel Paese?

Lì una celebrazione eucaristica può durare due ore; mentre noi stiamo qui a lamentarci per il fatto che la Messa dura 45 minuti, lì gioiscono e vivono con allegria la celebrazione eucaristica. È molto bello, ci sono elementi culturali che entrano nella Messa, e questo fa sì che sia più lunga, ma anche che si senta la Messa come propria.

Ogni celebrazione eucaristica ha elementi propri dei luoghi in cui si incultura la religione, e la Papua Nuova Guinea non fa eccezione. Ha molti elementi che fanno sì che una persona che viene ed è abituata a un altro stile di celebrazione la trovi molto lunga, piena di cose a noi ignote. Per questo, quando arriva un missionario gli dico: “Non puoi criticare la cultura; devi inserirti in essa per conoscerla, per viverla e comprenderla. Non puoi comprendere la cultura dal di fuori; devi viverla per capire perché fanno questo”.

È questa la ricchezza della missione, che quando si va in un Paese non si è spettatori, ma attori. È lì che si vive pienamente la realtà che si deve vivere, e si vive con entusiasmo, e con pienezza perché la si vive in Cristo.

Cosa farà un Messicano in Papua Nuova Guinea, senza il cibo messicano?

Quando sono stato lì, all’inizio mi mancava un po’ il cibo messicano, soprattutto quello yucateco; il cibo dello Yucatán è molto vario, ci sono molti fagioli buonissimi. E quando andavo prendevo cinque chili per quello che mangiavo. Col passare del tempo, però, si capisce che ci si deve aprire ad altri cibi, al cibo internazionale, e allora dove si va bisogna essere aperti al cibo che danno e comprenderlo, gustarlo e amarlo. Ed è quello che ho fatto.

In Papua Nuova Guinea ci sono alcuni cibi simili ai nostri, ad esempio un tipo di carne con verdure.

Ha paura del martirio?

No, perché ci sono due cose che ho amato nella mia vita sacerdotale e che dico che devono amare anche quanti sono nel servizio diplomatico: una di queste è l’amore per le missioni. Sono sacerdote, e se non amiamo le missioni siamo cattivi sacerdoti. La Chiesa nasce missionaria e lo sarà sempre, perché l’evangelizzazione si verificherà sempre in ogni momento, in ogni luogo e in ogni circostanza.

FERMIN SOSA

Adoro le missioni, e una cose delle cose che deduco dal mio seminario, che quest’anno compie 275 anni, è che è un seminario missionario. Ricordo che tutti i fine settimana andavamo in missione nelle parrocchie; non andavamo a casa nostra, né restavamo in seminario, ma nelle parrocchie a stare con la gente – con gli adulti, i bambini e i giovani. Anche solo per 24 ore o per un giorno e mezzo. Ti mandano lì e devi prendere l’autobus, non ti ci portano. Se hai dovuto viaggiare per due ore, devi stare quelle due ore al caldo, vivendo quella situazione. Le missioni sono questo, e questa è l’esperienza missionaria – vivere la propria vocazione con la gente.

L’altra cosa che ho amato molto è l’avventura. Se non siamo uomini d’avventura soffriremo molto, saremo gente frustrata. Qual è l’uomo avventuriero? Quello che si butta in quello che viene. Non so cosa troverò, ma non mi interessa, perché sono già preparato psicologicamente al fatto che ci saranno problemi e sfide; e le sfide, come nella corsa a ostacoli, vanno saltate, e a volte si cade. Sono sfide, non ostacoli, e si saltano per raggiungere la meta.

Accade lo stesso con il sacerdozio e con la nostra missione: dobbiamo essere aperti all’avventura, perché non sappiamo cosa ci aspetta. L’unica cosa che sappiamo è che davanti a noi c’è Cristo, e allora è Cristo che ci darà la forza e gli strumenti per poter affrontare gli ostacoli.

E allora, se arriva il martirio, lo sappiamo. Da seminarista, non ho mai immaginato che sarei andato nei Paesi che ho visitato e con la dignità di arcivescovo, mai! Perché non possiamo immaginare fin dove Dio ci può portare. L’unica cosa che si vive in quel momento è la disponibilità del cuore ad andare dove Dio ci manda.

Dio mi ha portato fino a qui perché sento di avergli detto: “Signore, se questa è la tua volontà, chi sono io per dirti di no?” Ed è stata questa la risposta che Gli ho dato quando mi hanno invitato ai ritiri vocazionali.

Quando mi hanno invitato a entrare in seminario avevo questa inquietudine nel cuore, che non avevo mai esternato nella mia vita. Il mio vicario mi ha detto: “Da parte del parroco, vuoi sempre entrare in seminario?” Come sarebbe “Vuoi sempre?” se non ho mai detto di voler entrare? Da dove viene questa domanda? E allora ricordo che sono entrato in cappella e ho detto: “Signore, se questa è la Tua volontà, Tu sai che dentro sento questo, e forse per paura non l’ho esternato; se però questa è la Tua volontà e la Tua chiamata, chi sono io per dirti di no? Tu mi darai la forza per poter arrivare a concludere la preparazione al sacerdozio”.

Per me il sacerdozio era una cosa grande, e Gli ho detto: “Tu hai una cosa grande in serbo per me, non so cosa sia, ma chi sono io per dirti di no?” Questa è stata la mia risposta. Ed è la risposta che continuo a dare al Signore in ogni momento di debolezza, in ogni momento in cui sento che non ce la faccio: “Ecco, Signore, sono qui. Tu mi hai messo in questa situazione. Chi sono io per dirti di no? Ecco la mia disponibilità. Ovunque mi porterai”.

Se mi porterà al martirio non lo so, non sappiamo come finirà la nostra vita. Ma ora Egli mi porta in Papua Nuova Guinea. E ci vado con tutto il cuore e con le mani sul cuore per compiere la volontà di Dio. Poi mi manderà in altri luoghi, e andrò; chiedo semplicemente al Signore di darmi la salute per esercitare con fedeltà questo servizio, la missione che mi sta affidando.

Monsignore, sa se nella storia ci sono stati altri nunzi apostolici messicani?

Storicamente c’è stato solo un nunzio apostolico messicano prima di me. È stato monsignor Luis Robles; era di Autlán, Jalisco, e le sue ultime nunziature sono state in Uganda e a Cuba, e poi è stato nominato presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. È morto nel 2007.

E ora ci sono io. Speriamo che in seguito ce ne siano altri, che non rimaniamo gli ultimi due, ma che, essendo il Messico un Paese cattolico e grande possa dare altri nunzi apostolici. Soprattutto perché è un orgoglio per la Chiesa locale, per la Chiesa nazionale. Perché è come un riconoscimento non solo della mia persona, ma anche della Nazione come tale, della Chiesa nazionale come tale.

Cosa mi può dire della Madonna di Guadalupe? Dicono che in tutto il mondo, ovunque, c’è un Messicano, e che anche la Madonna di Guadalupe è ovunque. Com’è la devozione alla Madonna di Guadalupe in Papua Nuova Guinea? C’è qualche cappella? La farà costruire?

Tengo sempre la Madonna di Guadalupe con me e la porto e la promuovo ovunque vado. Le immagini di ricordo che ho dato negli inviti del nostro servizio diplomatico, alla curia e ai nostri amici ritraevano proprio Guadalupe, un’immagine molto bella che non ho potuto prendere in Messico per questioni di tempo, e quindi l’ho fatta riprodurre in Serbia. Porto sempre un’immagine di Guadalupe con me, sempre!

Una delle cose che richiamano la mia attenzione è il fatto di aver trovato l’immagine della Madonna di Guadalupe in molti luoghi che ho visitato. In Papua l’ho trovata una volta in un’isola sperduta, in una cappella. Mi ha colpito molto, perché eravamo in una delle isole sperdute del Pacifico e c’erano una piccola cappella e un quadro della Madonna di Guadalupe. Mi hanno detto che si doveva a un missionario messicano che era stato lì e l’aveva lasciata nella chiesa. E c’è una certa devozione nei suoi confronti. E anche a Port Moresby; ricordo che quando sono andato nella cattedrale c’era un’immagine della Madonna di Guadalupe.

FERMIN SOSA

E allora la Madonna di Guadalupe è presente, perché dove c’è un Messicano c’è la Madonna di Guadalupe.

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