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Ilaria Spada: Dio ha messo sulla mia strada delle molliche per riportami a Casa

Silvia Lucchetti - pubblicato il 13/12/21

La nostra intervista esclusiva all'attrice Ilaria Spada, moglie di Kim Rossi Stuart dal quale ha avuto due figli con il terzo in arrivo. "Il percorso dei 10 comandamenti con don Fabio Rosini mi ha cambiato la vita, ha segnato un prima e un dopo e ha reso il mio sguardo pieno di gratitudine".

Qualche giorno fa ho intervistato Ilaria Spada, attrice di tv e cinema, ora in sala con il film: “Una famiglia mostruosa” di Volfango de Biasi. Ilaria, classe 1981 (e che classe!), è moglie di Kim Rossi Stuart e mamma di Ettore (10 anni), Ian (2 anni), e di un terzo figlio in arrivo – è incinta di sette mesi – del quale, da vera giornalista d’assalto come non sono, ho dimenticato di chiederle come si chiamerà.

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La nostra più che un’intervista è stata una piacevolissima e lunghissima chiacchierata. Uno di quegli incontri in cui pensi “che bello parlare con una persona così”. Ve lo dico subito: pur essendo famosa e bellissima non se la tira, è simpatica, semplice, ottimista, curiosa, gentile.

Di Ilaria Spada mi ha colpito il fatto che parlassimo la stessa lingua, che non è il romanaccio, si vabbè pure quello, ma proprio il vocabolario di chi ha fatto un incontro straordinario che piano piano gli sta cambiando la vita.

Le sono tanto grata per aver accettato di raccontarmi la sua esperienza di fede – “di solito non lo faccio, ma se me lo chiedono non posso tirarmi indietro” – e di averlo fatto con garbo e sincerità. Per una donna di spettacolo non è così scontato né facile parlare pubblicamente di Dio, esprimere valori in controtendenza rispetto al mainstream, ma Ilaria lo ha fatto con grande rispetto e quasi a bassa voce, senza pretesa, senza ergersi a modello né voler imporre nulla a nessuno.

Mi è rimasto impresso che durante la nostra intervista non ha mai ripetuto “Io”, “mio”, parlava di sé e della sua esperienza ma senza egocentrismi e con tanta gratitudine.

“La felicità non c’entra niente con quello che vuoi, perché la vita non è ciò che ti capita, ma quel che cerchi di fare con quello che ti capita”. La frase è tratta dal film “Notti in bianco, baci a colazione” nel quale interpreti Paola. Ti ritrovi in queste parole?

Sì. Cerco sempre di incuriosirmi rispetto ai piani della vita che molte volte sono diversi dai miei. La vita mi sorprende, accade spesso qualcosa che non era previsto e mi scatta la curiosità: “interessante”, penso, “chissà cosa devo apprendere”. Ho avuto modo di accorgermi fino ad oggi che la vita è stata molto generosa con me, e che difficilmente mi frega, non sento questa cosa della vita che ti vuole fregare, quindi immagino sempre che quello che accade possa insegnarmi qualcosa. Per me è molto difficile pensarlo rispetto a situazioni drammatiche. Vedo vicino a me tante storie di sofferenza e fatico a mantenere questa prospettiva, anche se proprio queste persone mi hanno insegnato che anche con un dolore immenso la vita non perde senso e, anzi, ne acquisisce uno molto misterioso che vale la pena scoprire.

In una recente intervista hai dichiarato: “Ogni figlio che arriva mi migliora. E migliora la coppia”, e poi alla domanda se il figlio riempie un vuoto hai risposto: “Se senti un vuoto meglio che lasci perdere, gli rovineresti la vita”. Un pensiero in controtendenza rispetto alla narrazione corrente…

C’è oggi questa tendenza a pensare che un figlio possa riempire un vuoto, è un tentativo molto tenero però pericoloso, per tutti e prima di tutto per il figlio. Però chi fa questa scelta si rende presto conto che un figlio non riempie, ma semmai da un certo punto di vista complica le cose. Ti leva spazio personale per lavorare su te stessa, perciò se non lo hai fatto prima non avrai moltissimo tempo. Quindi è auspicabile, almeno per la mia esperienza e per l’idea che mi sono fatta, non pensare di riempire il vuoto con un figlio perché non lo colmerà. Penso anzi che è quando hai una sazietà che ti doni. L’amore donato è solo il frutto di un amore in abbondanza, non può essere il risultato di una privazione. Un figlio ti può insegnare molto perché ti allena nell’esercizio di fare un passo indietro rispetto ai tuoi bisogni, ti fa sparire un po’ dallo sguardo egocentrico che soprattutto chi fa il mio lavoro ha, poi ti insegna l’amore gratuito. Il mio più grande ha 10 anni e siamo ovviamente ancora in una fase in cui doniamo senza fondo. Tu dai senza calcolo perché ogni calcolo è vano. Mia madre e a mio padre hanno donato tutta la vita a noi e adesso si ritrovano due figlie che li adorano: forse questo è il premio dei genitori. Imparare questo tipo di amore disinteressato, ritengo sia un aspetto veramente importante della vita.

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Si può amare disinteressatamente nel matrimonio?

Anche nelle relazioni uomo donna siamo nell’esercizio continuo: “io ti do ma tu allora che mi dai?”. Perché uno vuole dare al proprio marito o compagno finché ne vale la pena, fino a che mi ritorna qualcosa. Anche io sono stata una donna che la pensava così, credevo che non si dovesse dare più di quanto si riceve, ma stare sempre attenti e preservarsi. Invece devo donarmi per cominciare a scoprire il piacere dell’amare, che è ciò che mi dà gioia e pienezza, poi quello che farà l’altro si vedrà. Ovviamente nel matrimonio ti aspetti che la persona che hai scelto ricambi il tuo amore, ma tra uomo e donna i linguaggi sono diversi. L’allenamento è quello di saper riconoscere il linguaggio d’amore dell’altra persona, senza pretendere sempre che si parli la stessa lingua. Capirlo è abbastanza semplice, ma metterlo in pratica è un’altra cosa, è un esercizio quotidiano, un giorno ci riesci e due giorni no…

Ho letto un libro che mi ha illuminato da questo punto di vista: I 5 linguaggi dell’amore. È un testo davvero interessante perché raccoglie una serie di testimonianze di coppie che non si capiscono più, o addirittura si lasciano solo perché ognuno parla un linguaggio d’amore diverso. Per sentirmi amata ho bisogno di una cosa e tu di un’altra. Nel matrimonio, nella relazione di coppia è previsto che l’altro ci deluda, è nel pacchetto, è così. Ad un certo punto l’altro ti delude, così come anche i figli ti deludono. A te verrebbe voglia di dire: “dopo tutto quello che ho fatto per te?”. Ma non si può: tu hai fatto ciò che era giusto facessi.

Cosa ti ha fatto cambiare il modo di vedere la vita?

L’incontro con don Fabio Rosini è stato uno di quelli che mi ha cambiato la vita, quelli che segnano un prima e un dopo. Un’amica mi aveva parlato del percorso dei 10 comandamenti, l’ho iniziato e per me è stata una svolta. È stato un momento di analisi profonda, ha qualcosa in comune con una sorta di percorso terapeutico, ma a differenza della psicoterapia che comunque è apprezzabilissima, agisce sull’anima piuttosto che sulla mente. L’uomo occidentale moderno si concentra tanto sul corpo, sulla psiche, quello che viene trascurato è lo spirito, l’anima che invece nelle discipline orientali è molto considerata. Già di anima si può ancora parlare ma se tiri fuori lo spirito, facendo un riferimento alla religione cristiana, lì proprio ti immaginano come un’invasata. Lo spirito non è glamour. Ma alcune ferite sono soprattutto ferite dell’anima, dello spirito prima ancora che della testa, e qualcuno le deve pur curare. I 10 comandamenti sono stati un percorso bello anche dal punto di vista intellettuale, perché c’è anche l’occasione di conoscere le Scritture, scoprire il loro significato reale che altrimenti sarebbe difficile comprendere da soli. Avere qualcuno che ti spiega la Parola è illuminante. E poi mi ha dato l’opportunità di guardarmi dentro, che è sempre una cosa buona qualunque strada uno poi scelga: personalmente ho incontrato questa e si è rivelata una strada bellissima, una sliding doors.

E allora come è cambiato il tuo sguardo?

Vengo da una famiglia credente ma non praticante, sembra poco ma cambia tutto. “Credo in Dio”, sì, ok, ma non lo conosci, non ne hai fatto esperienza. E invece quando ne fai esperienza hai l’opportunità di fare memoria. In certi momenti in cui tutti veniamo messi alla prova, e questo capita sempre, continuamente, su qualunque fronte, compresa la fede se uno ce l’ha, se tu hai avuto quell’incontro puoi farne memoria e difficilmente perderai quel ricordo. È qualcosa che ti ha parlato nell’intimo, nell’intimo ti ha cambiato, e anche proprio quando la mente o i condizionamenti esterni ti vogliono mettere in crisi, tu puoi ritornare a quell’esperienza e quella non ti fa vacillare più di tanto.

C’è stato qualcosa seminato negli anni prima, è come se Dio mi avesse lasciato delle molliche, delle briciole di pane, per farmi tornare a casa. Perché poi l’ho sentito proprio come un ritorno a casa. Lui dolcemente, senza forzare senza fare niente, mi ha fatto tornare a casa.

Un ritorno fatto di incontri, di incontri che sembrano essere casuali e poi si sono rivelati provvidenziali. Ogni incontro piano piano mi ha portato in un punto, come una caccia al tesoro. E il tesoro, che forse non è tutto neanche in questa di vita, sta proprio nel cammino. Perché uno pensa all’arrivo ma è bella anche la ricerca, perché una “caramella” ogni tanto arriva, e ti fa pregustare il tesoro. Arriva un matrimonio così, celebrato come non avevi neanche osato immaginare, arrivano tre figli, che sulla carta neanche una pianta secca potevo tenere in casa, ero un disastro sull’accudimento, un vero disastro. Penso che questo percorso mi abbia cambiata tanto senza stravolgermi però. Oggi ho uno sguardo sul mio passato diverso, e chiaramente anche sul futuro, sui miei desideri. Ho cambiato i miei gusti, quello che mi piaceva prima adesso non mi piace più, e cose che non avrei mai immaginato adesso mi piacciono così tanto che non ne posso fare a meno. Negli ultimi anni mi sono cambiati soprattutto i gusti e i desideri, e lo sguardo su di me e sugli altri.

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Come ti poni con i tuoi figli?

Finché sono piccoli, dove vado io vanno loro, vengono con me. Però rispetterò il percorso che vorranno fare nella speranza che scelgano sempre il Bene, in ogni caso. Mi vengono un sacco di paure da madre: di come farò a preservarli dal male che abbonda e serpeggia e si insinua dovunque, per cui hai la sensazione di non avere il controllo, che poi è la verità. Per me questo è un grosso allenamento perché ho forte la tendenza al controllo: sugli eventi, sulle persone, e non è una cosa bella perché rischia di privare l’altro della libertà. Perciò i miei figli li lascerò liberi di andare, e pregherò tanto per loro. Lotto con il desiderio che siano ben introdotti socialmente, che abbiano amici, che siano riconosciuti: ci combatto sempre con questa tentazione. Quando l’unica cosa che veramente conta è che loro possano vivere la vita vera. E qual è la vita vera? La parola amore ormai è talmente usata male, che è diventata orrenda: però la vita vera è nell’amare. Perché non c’è una cosa che ci fa sentire bene, pieni, come amare: nemmeno sentirci amati. Infatti quante volte siamo stati amati da chi non ci interessava, e questo non ci riempiva. Però amare sì, ed essere riamato da chi ami è il massimo nella vita! Ma il dono più grande, immenso, è quando vai in giro per strada e riesci ad amare tutto ciò che è intorno a te e a ringraziare. Spero di mantenere sempre questo sguardo e di riuscire a trasmetterlo ai miei figli.

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Come fai a rimanere te stessa nel tuo mondo professionale?

La prima cosa che incuriosisce l’altro, quando il Signore mi dà la grazia di riuscire a testimoniare quello che ho ricevuto, è la gioia, la gioia che prescinde dalle giornate no, dalla tristezza, dalla stanchezza. Sono spesso stanca, nervosa, però un conto è essere stanchi e nervosi, e un altro esserlo ma sentendo la pace nel cuore. Così negli incontri che faccio, in qualunque scambio, in occasione di un consiglio che mi capita di dare, ma anche in situazioni più leggere, viene fuori questa curiosità da parte degli altri: di vedermi nonostante tutto serena, felice. Desidero così tanto non perdere questa pace che faccio di tutto per mantenerla, però tutti i meriti non sono i miei: ne ho solo uno veramente, quello di allenarmi nella perseveranza perché so che voglio rimanere accanto al Signore e per rimanerGli vicino è necessaria una certa disciplina.

Ma una disciplina dell’anima, fatta anche di poco, per non perdersi, per non mettersi in condizioni di perdersi. Quando ero più giovane, da ragazza, mia madre non voleva che frequentassi alcune amicizie: “no, chi sono questi, non voglio che ci esci”. Le rispondevo: “mamma, ma anche se quelli fanno come vogliono e si comportano così, io sono io, non mi lascerò trascinare”. Questa è una presunzione, anche comprensibile quando sei adolescente perché sei troppo immatura per capirlo. In realtà oggi credo che sia molto importante l’ambiente che uno frequenta nella quotidianità in modo da preservarsi dalla volgarità, dalla cattiveria, dal chiacchiericcio.

È la santa inquietudine, come dice don Fabio, che ti salva. Ad esempio io sono un carattere effervescente, faccio amicizia in fretta, mi apro facilmente, riesco ad entrare in poco tempo in contatto con le persone: e questo è un dono. Questo dono però devo attentamente custodirlo e preservarlo. Purtroppo in passato ero talmente attenta a non deludere gli altri, a voler piacere a tutti, a cercare di stare bene dovunque, che l’essere così camaleontica – una cosa che ancora oggi posso considerare un pregio – poteva diventare pericoloso. Oggi se ci sono degli ambienti in cui non mi sento di stare non ci sto, e se non sto bene con alcune persone – pure senza criticarle – non le frequento. Oggi considero dignitoso il mio no. Il rischio è quello avere meno persone intorno, però anche “chissenefrega”. Quando hai una famiglia, dei figli, il tempo per uscire è talmente poco che scegli di trascorrerlo con chi davvero desideri. Invece prima, da giovane, anche a costo di stare a disagio, stavi con chi capitava, e a volte mi rendevo conto di aver passato una serata con gente che non mi piaceva, a fare cose che non mi piacevano, fingendo pure di essere tutto sommato simile a loro anche se non era così. Ma perché? Ma chi se ne importa se con quelle persone non ci parlerai mai più, se ti considereranno noiosa. Chi se ne importa di piacere a tutti, non ce n’è bisogno.

Quanto è importante avere qualcuno che ti dica che se non stai bene in un posto non devi starci, che ti dica di non omologarti. Questo è liberatorio, dà grande sicurezza. Mi capita di rispondere a mio figlio: “fanno tutti così? e allora? non mi importa!”. La famosa santa giaculatoria dello “sticavoli”. La “coattanza” del cristiano è una cosa che nessuno si aspetta, don Fabio è parecchio coatto, e il più coatto di tutti è proprio Nostro Signore, uno che ti dice: “ammazzami, tanto io non morirò e ti perdono”.

Cos’è per te Chiesa?

Il percorso che abbiamo fatto e stiamo continuando con don Fabio, attraverso i 7 segni, ci ha creato una rete di amici che sono diventati fratelli su cui possiamo contare, e con i quali ci si aiuta a vicenda. Questa casa che è la chiesa è una casa fatta di amici che sono fratelli. Con loro si è stabilito un affetto profondo, come fosse antico, come se fosse prima di te.

E’ un altro livello perché so che anche quando vivrò la tentazione di perdermi, quando accadrà qualcosa di brutto, quando arriveranno le prove, non sarò sola. È un altro modo di stare al mondo, forse la cosa più rivoluzionaria e più bella che mi piace del cristianesimo, è proprio il concetto di chiesa che sono i fratelli.

Per me la chiesa era una cosa da cui stare alla larga, quello che mi arrivava da i media erano solo gli scandali, quindi avevo un’idea brutta. Ma poi frequentandola mi sono resa conto che nella chiesa c’è una possibilità enorme di ricchezza, di sapienza. Mi sono piaciuti tanto gli incontri che ho fatto, ogni incontro alimentava in me il desiderio di saperne di più. Ogni persona che testimoniava qualcosa della sua vita faceva nascere in me una santa invidia, all’inizio non era neanche santissima, le prime invidie erano poco sante. Mi dicevo: “ma questo? ma come fa?”. Di fronte alla purezza, all’onestà, se tu in quel momento non sei così, ti viene proprio una reazione di fastidio, pensi male: “tutto così buono, no, ti prego, non sarà vero!”.

La tentazione era quasi quella di lasciare stare, ma permaneva in me la curiosità e poi la Provvidenza mi metteva davanti un’altra storia, un altro incontro perché capiva che era il momento di spingere forte, di non mollarmi. E così ho scelto di entrare, di restare, perché poi ognuno fa sempre una scelta.

Mi racconti com’è nata l’idea dell’Associazione Mètide?

Mètide è un’associazione formata da tutte donne, amo la collaborazione femminile e credo moltissimo nella capacità delle donne di sapere accogliere: un nostro dono per eccellenza. L’accoglienza mi fa venire in mente Maria, Maria che si piega su di te e ti abbraccia come sei sei.

L’associazione nasce 5 anni fa in concomitanza di un’occasione, un altro pezzettino di pane, un’altra briciola. Stavo facendo tutt’altro quando una mia amica di dice che il nuovo direttore del carcere di Rebibbia, una donna appena arrivata, vuole organizzare delle attività per i detenuti. E mi chiede: “ti va di incontrarla? magari ci viene qualche idea”. Siccome credo nel compito del cinema di essere intrattenimento e riflessione, proposi di fare una rassegna di film aprendo dopo la proiezione un confronto, lasciando parlare i detenuti, stando in ascolto, senza voler insegnare niente.

Per questo l’iniziativa si chiama Altri Sguardi, ed è arrivata alla quinta edizione. Questo è stato un altro regalone per me. Sono sempre stata una giustizialista, “chi sbaglia paga”, ero così. Da adolescente ero una giustiziera, mi partiva la brocca quando vedevo qualcuno che bullizzava la debole del gruppo, quindi andavo lì e gli allungavo una sberla. Però alla fine che atteggiamento era? Fino a poco tempo fa sentivo una notizia al Tg e partivo con commenti aggressivi, duri. Difficilmente qualcuno poteva contraddirmi perché comunque c’è un disgraziato e un carnefice, questo discorso non fa mai una piega. Ho tanto giudicato nella vita e sono stata molto giudicata a mia volta, sono stata etichettata e ho apposto molte etichette anch’io. E proprio quando mi lamentavo di come venivo giudicata, poi alla fine mi sono resa conto con questa esperienza di quanto fossi la prima a giudicare, e non ne ero cosciente. Il progetto Altri Sguardi si è rivelato profetico per me.

Sono io che ho cambiato sguardo con questa esperienza. Ogni volta che mi confronto con questi ragazzi e li ascolto, innanzitutto mi sorprendo da sola di come in quel momento io li ami, e voglia loro un bene che non è spiegabile. Poi quando si rendono disponibili di aprirsi – perché non sono obbligati a farlo – e di raccontare perché sono finiti in carcere, ti ritrovi ad abbracciare un assassino. E succede qualcosa per cui in quel momento tu senti solo che siete due fratelli e che ad uno è successa una cosa terribile, ma nessuno ha diritto di giudicarla. Perché quello ti racconta la sua storia e ti rendi conto che non aveva grandi scelte davanti a lui. E che purtroppo a volte si aprono porte pericolosissime dalle quali non si torna indietro, perché intrapresa una strada sbagliata è difficile fermarsi, soprattutto se nessuno ti mette in guardia o sei in un contesto familiare e sociale in cui tutti hanno fatto così. Per cui si fa fatica a scegliere un percorso diverso.

Cosa ti ha regalato questa esperienza?

Nel carcere femminile di Rebibbia portiamo avanti anche un’altra iniziativa: Tra le righe, un progetto attraverso il quale scriviamo insieme alle detenute delle storie, delle sceneggiature. Lì dentro, con le donne che hanno una capacità di aprirsi ancora più profonda, ci siamo piante l’anima. Non tutte ti dicono perché si trovano in prigione, ma quelle che ci raccontano la loro storia davvero mi danno modo di pensare, come dice Papa Francesco, che è veramente per grazia che non mi trovo anch’io lì. Una cosa che mi è piaciuta tanto con le ragazze è quando facciamo questa domanda, soprattutto a quelle che sono dentro per omicidio: “ti ricordi se c’è stata una porta che hai aperto e che in quel momento hai sentito che non ti avrebbe più fatto tornare indietro?”. Tutte si ricordano, facendo un po’ di esercizio di memoria, il momento del non ritorno.

La rabbia, l’ira, la violenza, la devi subito interrompere, non puoi dire: “e vabbè, io sono fatto così, mi innervosisco facilmente”, perché ad un certo punto non ti saprai fermare, perché magari un giorno avrai un motivo “valido” per non fermarti. Motivo comprensibile, come una donna che dopo tanti anni di abusi ha reagito con l’omicidio: il suo motivo era valido ma il problema non doveva risolverlo così. Altri invece hanno fatto il male, hanno sbagliato, anche con pochissime o nessuna giustificazione, ma hanno comunque diritto ad avere unachance. In questo scambio tra noi e loro siamo noi a ricevere di più.

Quando aiuti qualcuno che è in difficoltà, molti dicono: “eh, lo fai per pulirti la coscienza, per metterti in mostra”. Fallo come ti pare, ma intanto fallo! Perché quello che può capitarti come regalo grande è di imparare tanto proprio da chi sta vivendo un momento di enorme sofferenza. Si impara la gratitudine con il volontariato, perché ti fa rendere conto che esiste un’altra vita oltre la tua. Ti ridimensioni, allarghi il tuo sguardo.

Questa gratitudine nel mio caso nasce dal fatto che la vita è stata generosissima, diversamente sarebbe un insulto. Faccio memoria di quanto la vita in passato non era così felice, quindi sono grata, mi ricordo da quando è così è felice, cosa è successo che l’ha resa così bella e piena, e lì cerco di stare. Da una parte è semplice, dall’altra no. Questo senso di gratitudine vorrei non perderlo, è la mia speranza, mi auguro di preservarlo, di riuscire a trasmetterlo ai miei figli. Spero di non essere preda della pigrizia che è molto pericolosa, perché invece questo mondo e questa vita ci vogliono tenaci. E anche mantenere la propria fede richiede un impegno, non possiamo pensare che sia tutto opera di Qualcuno e tu non fai niente. È da questa cooperazione che la vita prende così tanto sapore.

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