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Bari, papà in carcere dona un rene alla figlia e le salva la vita

GIRL, HOSPITAL, BED

Lopolo | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 14/01/22

La dialisi non era più efficace e la ragazza di soli 12 anni rischiava di morire. Una cordata tra ospedale e carcere ha portato a un lieto fine questo gesto d'amore.

Una ragazza di 12 anni rischiava di morire per un’insufficienza renale terminale. Da un anno era sotto dialisi, ma solo un trapianto poteva evitare il peggio. A donarle un rene è stato suo padre, attualmente detenuto in carcere. Il doppio intervento è andato a buon fine presso il Policlinico di Bari.

E se dietro ogni storia di trapianto c’è un gesto d’amore, in questo caso più di una ferita è stata curata (e non solo nel corpo).

Un padre e una figlia lontani, ma legati

Troppo grande. L’intervento di impianto del rene nella ragazza di 12 anni ha avuto un ottimo esito, ma è durato a lungo perché l’organo del padre era molto più grande rispetto alle proporzioni corporee della figlia. Ce lo si aspettava e i medici sono riusciti a portare a termine il trapianto nel migliore dei modi, eppure questo dettaglio resta emblematico.

Una malattia grave e un padre in carcere. Non si sanno nomi e dettagli in più di questa storia, è giusto così e tanto basta. Quel rene troppo grande ha proprio l’aspetto di un dono eccessivo, di quelli che uno fa sentendosi inadeguato, avendo molto da riparare. Le colpe dei padri non ricadono sui figli, e le colpe dei padri non li trasformano per forza in mostri.

Molto di sospeso e ferito c’è nella storia di questa famiglia, ma poi – nel poco o nel tanto – è vero per tutti. Come si ripara ai palesi errori che facciamo di fronte ai figli? E “riparare” è il verbo giusto? Forse vale l’ «et… et…», non censurare i nostri inciampi e insieme non schivare la responsabilità genitoriale. Questo padre sta custodendo il rapporto con sua figlia partendo da quel che poteva darle, un rene compatibile e troppo grande.

“Dietro ogni trapianto d’organo ci sono storie di grande umanità – aggiunge il direttore generale del Policlinico di Bari, Giovanni Migliore – . Il sorriso restituito a questa famiglia ci incoraggia ad andare avanti con il programma di trapianto rene da vivente, soprattutto in questo periodo in cui il Covid sta impegnando gli ospedali con sforzi organizzativi maggiori”

Da Ansa

In un video reso pubblico, la mamma della ragazza ha ringraziato il marito. Per riferirsi alla sua condizione non ha usato parole di accusa, ha semplicemente detto che «purtroppo non può essere vicino». Sarebbero molti i motivi per spaccare questa famiglia, la malattia e il carcere possono innescare un dolore che lacera. Ci auguriamo che queste ferite ricucite siano invece una cura, occasione di un affetto che va oltre l’apparenza di un quadretto familiare perfetto.

Una cordata tra carcere e ospedale

L’insufficienza renale terminale le era stata diagnosticata all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari. E dopo cure, visite e terapie, la prospettiva del trapianto era risultata l’unica possibilità per continuare a vivere. Alla notizia, il padre non si tira indietro: propone di prendere il suo rene per salvare la piccola. Inizia una fase che coinvolge nefrologi, immunologi, patologi clinici, psicologi. Ma non basta, perché per completare la procedura per trapianto da vivente – in questo caso – è necessaria l’autorizzazione del magistrato di sorveglianza, perché il donatore è detenuto in una struttura penitenziaria.

Da La stampa
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Collaborazione tra comparti diversi e burocrazia sono parole che evocano inciampi più che storie encomiabili. In questo caso è andata in modo virtuoso, e la differenza la fanno sempre le persone coinvolte. Riuscire a coordinare un trapianto che prevedeva l’intervento di diversi specialisti medici e del personale di un carcere per mantenere in custodia un detenuto anche in sala operatoria ha richiesto un vero lavoro di equipe tra ospedale e istituto di pena.

In ballo c’era molto, c’era un bene da custodire che passava attraverso un organo corporeo. Ed è un incentivo non da poco. Medici e guardie carcerarie sono stati parte di una cordata che ha portato tecnicamente alla guarigione di una ragazza, ma anche ad altro. Ce l’abbiamo scritto dentro, il bisogno di riconciliazione e di ricucire gli strappi. Ne abbiamo bisogno su di noi per primi e, quando ci è data l’occasione di essere parte di una storia che va verso la riconciliazione, le energie si accendono.

Uscendo un po’ dal seminato di questo fatto di cronaca, viene da dire che pure implicitamente l’uomo coopera al progetto che Dio ha sul mondo, un cammino di progressiva guarigione delle ferite. E, anche se non lo si è chiamato con questo nome, è chiaro che questo padre è in cammino verso una redenzione.

Il professore Michele Battaglia ha guidato l’equipe medica del Policlinico di Bari che si è occupata del delicato intervento. «Un’esperienza indimenticabile. È stato il mio ultimo giorno di lavoro, a settembre scorso, prima di andare in pensione. E mi sono trovato di fronte a un padre che ha fatto un gesto straordinario. Lui era felicissimo. Se ci penso, mi viene la pelle d’oca ancora oggi».

Da La stampa

Ritornando al mero dato di realtà, la ragazza operata sta bene ed è sotto osservazione periodica del reparto di nefrologia pediatrica. Il passaggio in questo tunnel di malattia le porterà in dote un paio d’occhi pieno di quella gratitudine piantata nella terra dura, più resistente e sincera. Glielo auguriamo di cuore.

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