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“Non discutere con gli sciocchi”, trappola per diventare noi stessi sciocchi…

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Francisco Borba Ribeiro Neto - pubblicato il 09/02/22

Bisogna essere sempre aperti a cercare la verità con tutti e non sminuire mai nessuno ritenendolo sciocco

“Non discutere con gli sciocchi”. Negli ultimi tempi, il concetto, espresso con queste o altre parole, viene spesso invocato in articoli e libri. Di fronte a elezioni molto polarizzate e con posizioni estremiste in gioco, che dividono famiglie e gruppi sociali, sembra un’idea molto sensata. Ma nasconde un problema: come sapere chi è lo sciocco con cui non discutere?

Quelli che definiscono facilmente gli altri sciocchi sono interessati più ad autoaffermarsi e a ottenere seguaci nei dibattiti sociali che alla verità. La strategia è quella di dire “Io dico chi è sciocco, e quindi se mi segui sei intelligente”. Chi è davvero interessato alla realtà discute idee senza sminuire le persone. Il primo segno dell’essere sciocchi è proprio accusare gli altri di esserlo e sfuggire alla necessità di analizzare seriamente le argomentazioni che presentano, contrarie alle nostre posizioni.

Il buon cristiano, abituato a un esame di coscienza serio, sa che si deve interrogare sui suoi peccati prima di sottolineare quelli altrui (chi ha dubbi, legga Mt 7, 3-5). Prima di accusare un altro di essere sciocco, dobbiamo analizzare le nostre convinzioni sul tema, per vedere se anche noi non stiamo pensando sciocchezze.

Nell’enciclica Fratelli tutti (FT 215), Papa Francesco avanza una proposta radicale: “Una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo”. Da tutti si può imparare qualcosa, e quindi bisogna dialogare con tutti. Poco prima, il Papa afferma che “l’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. A partire dalla sua identità, l’altro ha qualcosa da dare ed è auspicabile che approfondisca ed esponga la sua posizione perché il dibattito pubblico sia ancora più completo” (FT 203).

Non è una posizione relativista o timorosa, perché “in un vero spirito di dialogo si alimenta la capacità di comprendere il significato di ciò che l’altro dice e fa, pur non potendo assumerlo come una propria convinzione. Così diventa possibile essere sinceri, non dissimulare ciò in cui crediamo, senza smettere di dialogare, di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme” (Querida Amazonia, QA 108).

Il dialogo, praticato in un clima di apertura e amicizia, deve evolvere verso il dialogo costruttivo, in cui da entrambe le parti vengono esposti dati e argomentazioni razionali. Da questo dibattito nascono le soluzioni consensuali e gli accordi realmente impegnati nei confronti del bene comune. Spesso i nostri interlocutori non sono interessati a questo dibattito e diventano più aggressivi e irrazionali man mano che perdono le proprie argomentazioni e la loro logica. In quel momento, ci accusano di essere sciocchi.

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dialogo
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