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Le mosse della diplomazia pontificia “dietro le quinte” di Ucraina e Russia 

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God’s Diplomats: Pope Francis, Vatican Diplomacy, and America’s Armageddon

Victor Gaetan | Rowman & Littlefield Publishers

i.Media per Aleteia - pubblicato il 24/03/22

L’autore di “God’s diplomats”, Victor Gaetan, offre una descrizione dettagliata e succinta delle particolarità dell’azione diplomatica della Santa Sede, «unica perché credibile e degna di fiducia».

A partire dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio 2022, papa Francesco è stato particolarmente attivo: ha lanciato numerosi appelli alla pace, parlato direttamente col patriarca ortodosso russo Kyrill e col presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nonché inviato due cardinali per sostenere i rifugiati. 

Per comprendere l’approccio diplomatico di papa Francesco e della Santa Sede in questo conflitto, i.Media si è intrattenuta con Victor Gaetan, esperto di diplomazia vaticana. Oriundo rumeno, l’autore di God’s diplomats vive oggi a Washington DC e contribuisce regolarmente alla rivista Foreign Affairs e al National Catholic Register

Quali sono le specificità della diplomazia del più piccolo Stato del mondo, il Vaticano? 

I tre principî che caratterizzano la diplomazia della Santa Sede sono il lavoro dietro le quinte, la creazione di legami per il dialogo e la mediazione. Per la diplomazia della Santa Sede, dialogare significa non entrare in competizione con l’interlocutore o cercare di contrastarlo, ma avere un’indipendenza e un’obiettività assolute. Questo significa una vera mediazione per l’ascolto. 

Come la risposta della Santa Sede al conflitto in Ucraina si iscrive nel suo approccio diplomatico generale? 

La risposta attuale della Santa Sede si iscrive nel quadro della sua azione diplomatica tradizionale in caso di conflitto. Ad esempio, il Papa e la sua équipe diplomatica, diretta dal cardinale Pietro Parolin [Segretario di Stato, N.d.R.], non mettono la responsabilità su una parte specifica. Essi lavorano allo stesso modo dietro le quinte per avvicinare le parti avverse, senza mai impegnarsi in un’analisi o in una speculazione politica pubblica. 

Citerò ad esempio la visita, senza precedenti, che papa Francesco ha effettuato il 25 febbraio all’ambasciata di Russia presso la Santa Sede, donde si è intrattenuto col patriarca Kyrill. Tutto questo si è svolto nella calma: abbiamo appreso che questo inusitato spostamento aveva avuto luogo, ma la Santa Sede non ha emanato commenti. Tuttavia, questa visita ha gettato le basi di ciò che è stato pubblicamente annunciato più tardi, il 16 marzo, quando il Santo Padre ha discusso [in videoconferenza, N.d.R.] col patriarca Kyrill. Abbiamo un resoconto completo della conversazione, e i punti di cui i due uomini hanno discusso sono stati resi pubblici in tutto il mondo. Per arrivare all’importante effetto prodotto dalla conversazione, prima è dovuto accadere qualcosa di più discreto – nella fattispecie la visita senza precedenti all’ambasciata di Russia. 

Perché la conversazione tra i due capi religiosi è importante in questo contesto? 

È importante anzitutto in ragione del ruolo della Chiesa ortodossa in Russia. Dopo il comunismo, abbiamo assistito a una rinascita del cristianesimo nel Paese. Per la prima volta dopo 100 anni, la Chiesa ortodossa russa non era più sottomessa allo Stato, ma lavorava in armonia con esso in materia di politica interna ed estera. Il patriarca e la Chiesa ortodossa di Russia hanno dunque un’influenza enorme sullo Stato. In questo contesto, è dunque essenziale contattarlo e tentare di esercitare un’influenza sullo Stato russo con la mediazione del Patriarcato. 

La maniera in cui questo è stato costruito è pure molto importante. L’eccellente relazione che papa Francesco ha oggi col patriarca Kyrill si è costruita in più di trent’anni. Tutto è cominciato nel 1988, quando un’importante delegazione del Vaticano si è recata in Russia per la celebrazione del millenario [ossia la celebrazione dei mille anni del cristianesimo ortodosso russo, N.d.R.] e ha incontrato il presidente Gorbačëv. Le relazioni tra il Vaticano, la Russia e la Chiesa ortodossa sono proseguite nei trent’anni e più da allora a questa parte. 

L’appello ufficiale di Francesco e Kyrill ha già delle ripercussioni più larghe? 

Sì, un altro elemento diplomatico molto importante è che, dopo l’incontro virtuale di papa Francesco col patriarca Kyrill l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ha parlato anch’egli col Patriarca. L’arcivescovo Welby ha espresso quasi parola per parola le medesime preoccupazioni e inquietudini, ed ha sottolineato la necessità della diplomazia. 

È una  cosa importante, perché l’arcivescovo di Canterbury lavora assolutamente in tandem con la Corona britannica e con l’ufficio del Primo ministro. Queste conversazioni hanno più dimensioni, perché anche il patriarca Kyrill comunica direttamente col presidente Vladimir Putin. È una delle caratteristiche della diplomazia della Santa Sede, e in particolare di quella di papa Francesco: impegnare svariati leader religiosi per ottenere i medesimi risultati di pace, di mantenimento dei patti, di aiuto umanitario a quanti si trovano in zone di guerra eccetera. Questa strategia della diplomazia vaticana non si sarebbe potuta mettere in atto se il Papa o il Segretario di Stato avessero fatto dichiarazioni pubbliche bellicose. 

Alla luce della decisione di papa Francesco di consacrare la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato della Vergine Maria, si può dire che la spiritualità rientra fra gli strumenti diplomatici utilizzati dal Vaticano? 

È una cosa assolutamente significativa! La Russia è già stata consacrata alla Vergine Maria da papa Giovanni Paolo II, cosa poi riaffermata nel 1989 in un momento importantissimo della relazione tra la Santa Sede e il governo dell’Unione Sovietica. 

Allora perché papa Francesco ha deciso di tornare ora sulla questione? C’è un forte valore diplomatico, oltre che spirituale: si risponde a una domanda dei vescovi latini e greco-cattolici di Ucraina, i quali hanno firmato una petizione perché Francesco faccia questo gesto bello e fascinoso. 

A partire dall’indipendenza del Paese la Chiesa cattolica latina di Ucraina è stata emarginata dalla Chiesa greco-cattolica – la Chiesa cattolica di rito orientale del Paese. Da allora, questo’ultima si è avvicinata alle autorità locali e centrali, acquisendo più proprietà. 

Allora con questo gesto papa Francesco – secondo la mia interpretazione delle sfumature diplomatiche – riconosce e mette in risalto il valore storico della Chiesa cattolica latina, che in Ucraina è principalmente di origine polacca. 

La Santa Sede ha fornito poi un aiuto umanitario importante. Come questo si iscrive nella diplomazia vaticana? 

L’aspetto umanitario è assicurato dalla rete della Caritas, che in Ucraina è pienamente coinvolta fin dall’inizio della guerra distribuendo cibo, medicine e via dicendo. Caritas lavora sul territorio senza fare distinzioni: aiuta tutti ed è ben organizzata. Agisce in molte situazioni in cui normalmente le Nazioni Unite o altre istituzioni internazionali potrebbero essere coinvolte. 

Un altro mezzo, uno strumento della Santa Sede sono gli “emissarî” che vengono inviati sul campo. Hanno tre dimensioni: quella umanitaria, quella ecumenica e quella diplomatica. La dimensione ecumenica significa che essi incontrano diversi capi religiosi, ad esempio. La dimensione diplomatica significa che comunicano e raccolgono informazioni sul campo, mediante missionarî e politici locali. Lavorano su cartine etniche e linguistiche, ad esempio, invece che su cartine militari. Tutto questo si fa per comprendere la realtà della situazione e poi lo si presenta al Papa e ai suoi diplomatici a Roma, per aiutarli a prendere decisioni obiettive. 

In queste ultime settimane, papa Francesco ha inviato i cardinali Krajevski e Czerny in Ucraina per mostrare il suo sostegno. Qual è il significato di questa mossa dal punto di vista diplomatico? 

Questa non è una mossa inedita: papa Francesco utilizza spesso i cardinali per mandarli in regioni dove si svolgono negoziati sensibili o riunioni ufficiose. Benché i cardinali stavolta coinvolti non siano dei diplomatici, nel senso che non fanno parte della Segreteria di Stato, è un altro modo per papa Francesco di esercitare il suo impegno totale e infaticabile a favore della pace. 

Lei direbbe che la diplomazia della Santa Sede è unica? 

Sì, lo è assolutamente! La Santa Sede non ha interessi militari o materiali, non ha commercio. La sua azione deriva unicamente dalla legge naturale, la quale è impressa in ciascuno di noi: il sapere profondamente ciò che è bene e ciò che è male. La Santa Sede agisce in maniera indipendente, totalmente obiettiva e priva di interessi. Essa ha acquisito credibilità perché non mente e non induce in errore. È credibile e degna di fiducia, e in questo senso sì, è unica. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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