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Il panettone di san Biagio: una tradizione milanese

panettone bread

Brent Hofacker | Shutterstock

Lucia Graziano - pubblicato il 02/02/23

A Milano, è ancor oggi molto sentita la tradizione popolare di mangiare panettone in occasione della festa di san Biagio. Ma da dove nasce questa curiosa usanza?

Non so voi, ma io sto per tagliare il panettone.

Ciò non dipende dal fatto che quest’anno me ne hanno regalati così tanti che non ho ancora finito di mangiarli (cioè: sì, anche, ma questo è un altro discorso); più precisamente, sto per tagliare il panettone perché s’avvicina la festa di san Biagio. E, secondo una tradizione ancor oggi molto radicata nella zona di Milano, è esattamente questo il modo in cui i fedeli onorano il santo nell’intimità delle loro mura domestiche: portando in tavola un panettone, che le accorte massaie avranno avuto cura di mettere da parte appositamente per l’occasione.

Ma cosa c’entra il panettone con san Biagio, e perché mai i Milanesi svilupparono l’usanza di festeggiare la ricorrenza in questo modo così bizzarro? Questa curiosa tradizione meneghina è ancorata a un episodio agiografico, realmente presente nella biografia del santo, e a una leggenda che probabilmente non è vera… ma che comunque piace raccontare.

Il miracolo che rese san Biagio il patrono contro le malattie della gola

L’agiografia è molto chiara nel sottolineare questo dettaglio: nella prima fase della sua vita, san Biagio esercitò la professione medica. Certo: quando era già un uomo di mezza età, si sentì chiamato alla vita religiosa e finì col diventare vescovo di Sebaste, una carica che gli valse il martirio consumatosi il 3 febbraio 316. Ma prima di divenire sacerdote, Biagio fu per anni un medico eccellente – che, a quanto pare, era spesso in grado di sanare anche quelle malattie che i suoi colleghi pagani giudicavano incurabili, perché aveva dalla sua un bonus non da poco: la fede in Dio, che spesso e volentieri esaudiva le preghiere del suo servo concedendogli la grazia di un miracolo a favore dei suoi pazienti.

Effettivamente, il miracolo più celebre di san Biagio potrebbe essere attribuito alla felice combinazione tra l’umana esperienza del medico e la sua prontezza nell’affidarsi al Signore. Tutto accadde quando Biagio era già diventato vescovo di Sebaste: un giorno, mentre l’uomo stava predicando, entrò nella chiesa una donna disperata che stringeva tra le braccia un bambino ormai cianotico. Come la madre spiegò angosciatamente, il figlioletto stava mangiando del pesce quando aveva improvvisamente cominciato a tossicchiare. E poi a tossire, e poi ad ansimare: in pochi secondi era stato evidente a tutti che qualcosa (probabilmente una spina di pesce) gli era andato di traverso, incastrandosi nella gola.

San Biagio non esitò neppure per un istante: afferrò uno dei pani che stava per consacrare, lo spezzò, prese un po’ di mollica e ordinò al bambino di inghiottirla, levando gli occhi al cielo per innalzare una preghiera al Signore. Funzionò. La mollica, nell’essere deglutita, portò via con sé la lisca di pesce liberando la gola del malato: il bimbo ricominciò a respirare, la madre si sciolse in lacrime e il popolo riunito gridò al miracolo. Ed è questo il motivo per cui san Biagio divenne il patrono contro tutte le malattie della gola.

E – stando a quanto si dice in Lombardia – questo è anche il motivo per cui, nel giorno di san Biagio, si mangia il panettone: la sua dolcissima mollica ci riporta alla memoria il pane di quel giorno che, per mezzo del santo vescovo, salvò la vita al bambinello.

La leggenda del panettone benedetto e dimenticato

In realtà, circa la genesi di questa tradizione si narra anche una storiella dal sapore fiabesco, che viene ambientata a Milano in un indeterminato momento del passato (probabilmente, il Medioevo o giù di lì).

Leggenda narra che una madre di famiglia avesse avvertito il desiderio di domandare al parroco una benedizione sul panettone che aveva intenzione di portare in tavola a Natale. La richiesta non era infrequente (effettivamente, in passato capitava spesso di far benedire il cibo che sarebbe stato consumato in occasioni speciali), ma quella volta qualcosa andò storto: la donna bussò alla porta della canonica, ma si sentì rispondere che il parroco non era in casa, in quel momento. Fu invitata a lasciare il dolce in sacrestia, con la promessa che il sacerdote l’avrebbe benedetto al suo ritorno, cosa che in effetti avvenne di lì a poco. Sennonché, la donna non torno più a riprendersi il dolce.

Difficile immaginare cosa possa esserle capitato: un contrattempo imprevedibile, senz’altro. Forse una malattia, forse un lutto, forse un viaggio che la costrinse a partire all’improvviso: in ogni caso, il panettone restò lì, desolatamente abbandonato in chiesa. Passò Natale, passò l’Epifania e nessuno bussò alla porta per reclamarlo.

Il sacerdote, che del resto non aveva idea di come ritracciare la donna del mistero, cominciò a domandarsi cosa farsene di quel benedetto panettone, che del resto non è esattamente quel tipo di cibo che si conserva a lungo senza andare a male. Ormai il dolce era già visibilmente vecchio, e lasciarlo lì a seccare sembrava uno spreco bello e buono: verso la metà del mese di febbraio, genuinamente convinto del fatto che nessuno sarebbe mai tornato a prenderselo, il sacerdote scacciò via i sensi di colpa e ritenne che ormai il panettone potesse considerarsi suo. E così, lo tagliò e se lo mangiò di gusto offrendone un po’ anche ai collaboratori parrocchiali.

Quand’ecco, il colpo di scena. La mattina del 3 febbraio, alla fine della Messa, il parroco fu avvicinato da una donnetta che gli si presentò timidamente come la proprietaria del panettone. Imprevisti di ogni tipo le avevano impedito di venire a riprendersi il dolce, e anzi la donna di scusava tanto di essere stata d’incomodo. Ma, giustappunto, adesso era tornata, pronta a riprendersi il suo panettone benedetto!

Comprensibilmente, il sacerdote impallidì. 

Chiaramente, avrebbe provveduto a rimborsare la donna, com’era giusto, ma a dir la verità ciò che più gli pesava era il pensiero di dover ammettere di aver mangiato il dolce: che figura ci avrebbe fatto? E soprattutto, come avrebbe fatto quella donna a fidarsi della Chiesa da quel momento in poi, dopo la scoperta che un prete s’era mangiato il cibo che lei gli aveva dato in custodia?

Colto alla sprovvista, il sacerdote biascicò qualcosa circa il fatto di non essere sicuro di dove avesse messo il panettone (ma sicuramente una soluzione si sarebbe trovata: al massimo le avrebbe reso i soldi!) e chiese alla donna di aspettarlo lì dov’era mentre lui andava a cercare in sacrestia. E, mentre si allontanava, mormorò una preghiera al santo del giorno (cioè, a san Biagio), domandandogli di toglierlo d’impiccio facendogli venire una buona idea su come uscire dalla brutta situazione.

Il sacerdote non era un uomo di troppe pretese: al santo, aveva chiesto solamente la grazia di trovare le parole giuste per spiegare la situazione senza sembrare un goloso che si intasca il cibo d’altri per ghiottoneria. Ma san Biagio, evidentemente, volle strafare: compresa la buona fede di quel parroco (che davvero aveva cercato in tutti i modi di restituire il dolce alla sua legittima proprietaria, e che solo dopo molti tentativi aveva gettato la spugna) volle premiarlo con un miracolo in grande stile; e quanto il sacerdote aprì la porta della sacrestia, si trovò di fronte un panettone nuovo di pacca, così morbido e fragrante da sembrare appena uscito dal forno del pasticcere.

E quando il sacerdote, alla fine, trovò il coraggio per dare testimonianza del prodigio che l’aveva visto protagonista, i Milanesi furono profondamente colpiti da questa tenera storia di vita quotidiana. Al punto tale che la ricordano ancor oggi: non a caso, consumando panettone nel giorno della festa di san Biagio, per far memoria di quel miracolo. O così, quantomeno, dice la leggenda!

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