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Croagh Patrick, il monte su cui san Patrizio trascorse la Quaresima

SAINT PATRICK

meunierd | Shutterstock

Lucia Graziano - pubblicato il 23/02/23

Secondo la tradizione, nella Quaresima dell’anno 441, san Patrizio si ritirò sulle cime di un monte per vivere in eremitaggio quei quaranta giorni di digiuno e penitenza. Oggigiorno, la montagna è meta d’un flusso ininterrotto di pellegrini che porta sulle sue vette 40.000 viandanti all’anno.

Il suo nome deriva dall’Irlandese Cruach Phádraig, che potremmo tradurre con qualcosa di simile a «il monticello di Patrizio». Si tratta di una piccola montagna, dalla forma quasi perfettamente conica, che sorge nei pressi di Westport, nella contea irlandese di Mayo: non è particolarmente alta (appena 765 metri sul livello del mare), eppure si offre allo sguardo del viaggiatore con un effetto scenico notevole, giacché si erge su un territorio che, per il resto, è completamente pianeggiante.

Sul monte per quaranta giorni, in imitazione di Mosè, per sconfiggere il demonio: la Quaresima di san Patrizio

Secondo la tradizione locale, Croagh Patrick è il luogo che san Patrizio elesse a sua dimora lungo la Quaresima dell’anno 441. Stando a quanto dice Tírechán, vescovo irlandese del VII secolo, il santo aveva preso questa scelta non tanto per imitare i quaranta giorni che Gesù visse nel deserto, quanto più per seguire l’esempio di Mosè, che si era isolato per quaranta giorni sul Monte Sinai in un intimo dialogo con Dio. Proprio come il patriarca biblico, anche san Patrizio era stato chiamato a guidare un popolo – quello irlandese – che contava ciecamente sulla sua leadership: quel periodo di isolamento, trascorso in costante colloquio col Signore, gli diede gli strumenti spirituali per poter svolgere al meglio le sue mansioni.

Nel IX secolo, alcune leggende vollero aggiungere ulteriori dettagli a questa storia. E scrissero, per esempio, che – proprio come era accaduto a Gesù durante i suoi quaranta giorni nel deserto – anche san Patrizio fu insidiato dal demonio nel corso di quel suo periodo di ritiro. I demoni lo tormentavano giorno e notte, talvolta in forma di uccelli neri che lo aggredivano con becchi appunti, e talvolta in forma di serpi striscianti che lo minacciavano con i loro denti aguzzi. Al termine di quei quaranta giorni di preghiera, san Patrizio riuscì a trovare le forze per esorcizzare quelle presenze malvage, allontanandole da sé una volta per tutte. E non si limitò ad allontanarle da sé: imprigionò gli uccelli in una caverna e ordinò alle serpi di gettarsi in mare e di non tornare mai più sul suolo d’Irlanda. E – secondo la leggenda – proprio questo è il motivo per cui, in Irlanda, non esistono serpenti: l’esorcismo di san Patrizio fu così potente da bandire per sempre dall’isola quell’animale che la tradizione associa a Satana!

Un antichissimo luogo di culto reclamato per la Chiesa

Croagh Patrick è associata a san Patrizio fin da epoche remote. Sappiamo per certo che, nell’824, esisteva sulla cima del monte un «tempio» dedicato al santo, che infatti proprio in quell’anno fu citato in alcuni documenti; ma, in realtà, scavi archeologici effettuati in luogo ci permettono di affermare che già nel V secolo fossero state gettate le fondamenta di una chiesa.

Anche se, sulle vette di Croagh Patrick, venivano innalzate preghiere anche in secoli di molto antecedenti la venuta in Irlanda di san Patrizio: altri ritrovamenti archeologici ci spingono a pensare che il monte avesse ospitato luoghi di culto fin dai tempi dell’Età del Bronzo. Insomma, san Patrizio avrebbe scelto per la Quaresima un monte che, con ogni probabilità, era già stato caro ai druidi, reclamandolo per la sua Chiesa: un vero leit motiv, nella vita del vescovo evangelizzatore!

A piedi o in mountain bike: i pellegrinaggi a Croagh Patrick

In breve tempo, Croagh Patrick divenne una celebre meta di pellegrinaggio. Si perde nella notte dei tempi il momento esatto in cui gli Irlandesi cominciarono a scalare il monte in una pratica penitenziale: in ogni caso, sappiamo per certo che la tradizione era già diffusa nel XII secolo.

I viandanti raggiungevano la montagna percorrendo in compagnia l’ultimo tratto di strada, lungo una via di pellegrinaggio lunga 35 chilometri che partiva dalla città più vicina e finiva ai piedi del monte. Dopodiché, iniziavano la scalata: a quanto pare, aspettando volutamente il calar del sole, in un’escursione notturna fatta alla luce delle fiaccole che culminava, alle prime luci dell’alba, con una Messa celebrata sulla cappellina in cima alla montagna. Oggigiorno, per chi cammina con buona lena (e con adeguata strumentazione da trekker) occorrono circa due ore per percorrere il sentiero sassoso che porta alla vetta; è pur vero che i pellegrini medievali erano soliti incamminarsi a piedi nudi, in una pratica penitenziale che ancor oggi alcuni coraggiosi ripropongono di tanto in tanto.

Per contro, i più pigri (o i più sportivi) hanno oggi la possibilità di ricorrere a un piano B: nel 1904, fu inaugurato lungo uno dei crinali della montagna un percorso pensato apposta per ciclisti (adesso è molto apprezzato dai biker, per la bellezza del panorama che offre alla loro vista).

E sono molti i viandanti che (in bicicletta o a piedi) ancor oggi scalano la montagna: si stima che ogni anno circa 40.000 persone sostino per qualche tempo sulla vetta del monte, nel corso di pellegrinaggi che vengono organizzati perlopiù nei mesi estivi (e che si concentrano con particolare intensità nell’ultima domenica di luglio: quella in cui, per antica tradizione, un gran numero di fedeli si mette in viaggio per raggiungere il monte).

Una preghiera itinerante, per mortificare il corpo temprando l’anima

Recita un celebre adagio “chi canta, prega due volte”, e par quasi che gli Irlandesi abbiano voluto declinarlo in una sorta di “chi cammina pregando, prega ancor meglio”: lungo i crinali di Croagh Patrik, i pellegrini osservano ancor oggi una antichissima forma di preghiera che era tipica del cristianesimo anglosassone dei primi secoli e che, su quella montagna, s’è preservata fino ai nostri giorni.

Vale a dire: la preghiera dei pellegrini è accompagnata da periambulazioni che si tengono, a intervalli regolari, lungo le stazioni di sosta poste lungo la via. Insomma: neppure i momenti di contemplazione permettono ai pellegrini di riposare le gambe, costringendoli invece a camminare sul posto, in un’ulteriore, piccola, forma di mortificazione.

Lungo il corso del suo pellegrinaggio, il viandante si imbatterà in tre stazioni di sosta: due, sono semplici pile di sassi poste lungo i crinali opposti del monte; la terza è, intuibilmente, la cappella edificata sulla cima del monte.

Per antica tradizione, sono queste le tappe che scandiscono il cammino del pellegrino: giunto alla prima stazione di sosta, il viandante compie sette giri attorno alla pila di sassi, recitando per sette volte un Padre Nostro, una Ave Maria e un Credo finale. Senza interrompere il suo cammino, riprende immediatamente la scalata, teoricamente senza mai fermarsi fino a quando non avrà raggiunto la vetta della montagna. Lì – giunto finalmente all’interno della chiesa – avrà modo di riposare per breve tempo i suoi piedi, inginocchiandosi di fronte all’altare e recitando lo stesso set di preghiere (sette Padre Nostro, sette Ave Maria e un Credo finale) cui farà seguire altre quindici ripetizioni delle stesse preci. Ma subito dopo riprende la sua marcia, senza concedere nulla al riposo: la terza e ultima cappella votiva lo accoglierà quando il pellegrino avrà già superato la metà della sua discesa; anche in quel caso, dovrà girare per sette volte attorno a un cumulo di sassi, recitando i sette Padre Nostro, le sette Ave Maria e il Credo finale.

E se, a prima vista, può far sorridere l’idea di un pellegrino che gira in tondo recitando le sue preghiere, non va sottovalutata la potenza di questa determinazione: se il pellegrinaggio viene affrontato in spirito di penitenza, è bene che la mortificazione sia vissuta nel modo più rigoroso possibile, senza concedere neppure un minuto di riposo alle membra affaticate – questo, il messaggio sotteso alla pratica.

E, in questo, i viandanti irlandesi hanno davvero molto da insegnarci.

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