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L’imbarazzo di Dio

Film Review: Mary of Nazareth – it

Ignatius Press

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 29/09/14

Un libro ripercorre la vicenda del Vangelo alla luce della scelta di Dio di iniziare dalla periferia la sua storia d'amore con l'umanità

Con una poesia che non ti aspetti da chi – pur nella vocazione – si attarda con i detenuti di un carcere del Nord Est, don Marco Pozza, sacerdote, teologo e scrittore, si avventura nel tema de “l’imbarazzo”, quel turbamento che ci coinvolge nel momento delle nostre scelte, o nel modo con cui ci rapportiamo al prossimo, vinti dalla perplessità, dalla confusione. Cosa fare? Come farlo? Don Marco si interroga – in questo volume fresco di stampa – niente meno che con L’imbarazzo di Dio” (Edizioni San Paolo), cercando una rilettura dei Vangeli, meditata e appassionata che coinvolge il lettore nello “scandalo” (nel senso di skandalon, inciampo) del Dio Vivente, il solo che sia capace di mettere in imbarazzo l’uomo. Lo fa dal tempo di Adamo, che si copre della sua nudità, incapace di affidarsi all’amore del Padre. Così il Cristo che interroga farisei, scribi, peccatori e discepoli lasciandoli – per così dire – in mutande. L’amore non si imbriglia, la grazia non ha regole.

Don Marco esplora il Vangelo a partire da questa consapevolezza e da una voglia di mettere subito in chiaro le cose: “Lei è Maria di Gioacchino: la vittoria inattesa sulle ceneri di una vecchiaia faticosa, quella spartita con Anna di Fanuel. Prima di lei, tante donne nella Scrittura: innocenti e seduttrici, prostitute e amanti, terribili, guerriere, ribelli, ispirate, seduttrici, profetesse, misteriose, introvabili. Dopo di Lei, silenzio e ammirazione. E tanta impotenza pur del genio d’artista: Duccio di Buoninsegna, Cimabue, Lorenzetti, Gentile da Fabriano, Giotto, Beato Angelico, Raffaello, Tiziano e il Da Vinci. Di musicisti: Verdi, Rossini, Schubert. Di poeti. Di teologi e di bestemmiatori da trivio, con tatuata nei muscoli la sua effige. Prima di lei, tante: dopo di lei, Lei. Lui, invece, è Giuseppe di Giacobbe il Betlemmita: nelle sue vene scorre il sangue della dinastia di Davide, nelle sue mani abita l’estro dei maestri artigiani. Lo conosceranno come il carpentiere a Nazaret di Galilea. Dentro quelle mura c’è il respiro della ferialità, del quasi banale che sovente è custodia del fondamentale: lei in cucina, lui in bottega. Lei a lavare e stendere i panni, lui a lavorare il legno: materia nobile, delicata, ardita. Non sanno di lettere e non tengono tesori: è il niente che basterà per sorprendere e imbarazzare la storia. Lui lavorerà, lei tesserà e cucinerà: giovani sogni d’innamorati alle prime armi con l’aria di casa” (pag. 15).

E fa capire al lettore che la storia della Salvezza, imbarazza l’uomo perché non comincia dal centro, ma dalla perifieria, dagli ultimi, dalle ultime: “Non è uomo: eppure ha bocca, capelli, mani e sovrabbondanza di dolcezza. Ha sembianze d’uomo pur non essendo tale. Per lei, la ragazza Nazarena, stamane s’è mosso il Cielo, si sono sbizzarrite le corti angeliche, s’è incamminato un arcangelo: è l’Eterno che indossa le vesti delle grandi occasioni. Una nobiltà assoluta d’intenti e di portamento, anche se quel viaggio angelico è in direzione della periferia. A Nazaret non c’è il fasto della capitale, l’eleganza dei quartieri d’alta moda, il chiacchiericcio della classe media. Qui siamo alla periferia dell’impero romano, alla periferia della società che si declina al maschile, alla periferia della legge che dopo questa intromissione sospetterà l’adulterio: sospetta chi non conosce, ignora chi non ama. Nazaret è in periferia: l’Altissimo, quando decide di scompigliare il mondo, parte sempre dalla periferia. Da storie di periferia” (pag. 16).

Ecco come don Marco ci racconta la visitazione e i momenti di imbarazzo che susseguiti: “Forse il Cielo avrà imposto l’ordine a Maria di tacere: ogni spiegazione tra umani avrebbe potuto divenire cagione di malintesi.
All’Eterno il compito di giustificare l’imprevisto, l’imbarazzo. Giuseppe lavora il legno: il Figlio suo un giorno lavorerà i cuori, molto più fragili e delicati. Degli anni di bottega, Lui forse rammenterà che la sedia rotta si ripara, non si getta; che il mobilio usurato non si brucia ma si restaura; che le ante scrostate delle porte si riverniciano e ritornano come nuove. Che i cuori sgraziati potranno ritrovare grazia e i peccatori non moriranno: la conversione e poi si ricomincia. Daccapo, ogni volta come fosse la prima. Il padre strappa al legno una panca, il Figlio strapperà le anime alle disgrazie. Differiranno per la materia: a uno il legno, all’Altro il cuore. Convergeranno per la passione: al padre la passione di un amore di Donna complicatosi, al Figlio la passione di un Amore tradito. Il Cielo aiuta Cristo a farsi Uomo, un falegname e la sua sposa aiutano Cristo a crescere da uomo” (p. 20).

E prosegue snocciolando con una prosa che avvolge il racconto del Vangelo, il racconto di Dio fattosi Uomo, e che Uomo! Quello per eccellenza, capace di dare tutto se stesso senza ambiguità per il proprio prossimo, per ciascuno di noi. Venuto a sanare l’ultimo debito che l’umanità aveva col suo Signore, col Padre. Un Re, come dice la scritta sopra la Croce: “«È davvero Re, quell’Uomo», pensa Disma tra sé. «Ci siam trovati. Finalmente. Quassù, soli come cani: a un passo dal baratro». La sua vita è giusto un po’ sgrammaticata: basterebbe un colpo di stile a rimetterla in sesto. Non ha mai creduto alla lealtà, nemmeno forse alla giustizia: stavolta, però, crede all’incredibile. È uomo dalle misure mai mezze: o tutto o niente. O un assassino o un innocente. Nemmeno qui mostra opzioni. Crede per davvero di venir strozzato accanto a un re. Al Re: l’alternativa non calcolata. Incalcolabile.

Fa freddo lassù sul Golgota: gelo impietoso sulla pietà delle anime rinsecchite. «Un cantuccio solo, gli chiederò». Lo chiama per nome: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» (Lc 23,42). È l’eco di una memoria, il peso di un annuncio. Dal Golgota a Nazaret, più di diecimila giorni addietro: «Lo chiamerai Gesù» (Lc 1,31). Allora quel corpo sussultò nel grembo, oggi quel corpo si volta. Ora sono scoperti: Lui senza gloria alcuna, l’altro senza più maschere addosso. In due: la Grazia e la disgrazia, la beltà e il disonore, la miseria e la misericordia, ciò ch’è stato e ciò che potrà essere. Il sospetto e l’affidabilità, la nostalgia e il gusto, l’appetito e il sapore. Finanche la sapienza: Dio e l’uomo, il lupo e l’Agnello. La legge e l’Eterno. Lo costringono a morire per i suoi misfatti; lui, Disma il taverniere, deciderà da sé come morire: da sbeffeggiatore o da contemplativo. Sceglierà la seconda opzione: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno» (Lc 23,42)” (p. 102).

Per pagine come queste che vi abbiamo proposto, e per molte altre vi consigliamo il libro di Don Marco Pozza, da leggere non perché utile, ma perché bello, ed è nel bello che cerchiamo tracce di quel Dio-Vivo, che ci faccia arrossire di fronte alle nostre storture. Kant diceva: “Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto”. Forse per questo il Signore ha scelto di farsi falegname…

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