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Dipendi solo dai tuoi errori?

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Shutterstock / MarinaP

padre Carlos Padilla - pubblicato il 18/01/18

Forse ti manca una mentalità più positiva. Devi guardare in alto, al di sopra delle tue miserie

Forse il mio problema è che mi concentro solo su quello che non faccio bene. Sottolineo il mio peccato, la mia debolezza, le mie mancanze. Affronto con vigore la mia realtà per cercare di cambiarla. Perché non mi piace. O perché non piace al mondo. Mi sono sentito rifiutato o non amato.

A volte semplicemente mi intristisce la vita com’è e non vado avanti, non sorrido, mi riempio di amarezza. E nel mio scoraggiamento non riesco a cambiare nulla di quello che tocco. Forse mi manca una mentalità più positiva. Devo guardare più in alto, al di sopra delle mie miserie. Devo guardare il bene che posso fare e che faccio, più che il male in cui cado.

Diceva padre Josef Kentenich: “È la storia del seminarista che svolgeva il suo esame di coscienza non più dal punto di vista negativo: ‘In cosa ho sbagliato? In cosa ho peccato?’, ma da quello positivo: ‘Cosa ho raggiunto? Cosa voglio raggiungere?’, suscitando l’ira del suo assistente spirituale. Questi lo rimproverò: ‘Deve emendarsi!’ Il seminarista rispose imperturbabile: ‘Sì, ma lo faccio positivamente, facendo sì che l’aspetto positivo spicchi più di quello negativo’”.

Padre Kentenich accentuava sempre l’aspetto positivo nell’autoeducazione. La luce del sole non lascia vedere le stelle con il loro splendore. Il bene risalta al di sopra del male. Il potere di Dio è sempre più forte di quello del demonio. Il trionfo finale di Gesù sulla croce è più potente delle tante sconfitte lungo il cammino. L’amore è più forte dell’odio. Il bene che faccio ha più influenza del male, perché cambia il mondo. La luce che mi lascia vedere la vita è più dell’oscurità.

La vedo sempre così. È lo sguardo che cambia la realtà che mi circonda. Posso guardare un campo incolto e non vedere altro che desolazione. Posso guardare quello stesso campo vuoto e vedervi delle città, dei campi coltivati, trionfi, successi. Posso essere audace e sognare qualcosa di nuovo. O restare ancorato alla schiavitù a cui mi sono abituato.

Nel film The Greatest Showman si dice: “Per fare qualcosa di nuovo bisogna rompere con ciò che è convenzionale”. Per fare qualcosa di nuovo nella mia vita devo uscire da ciò che mi lega, quando quello che mi lega non l’ho scelto liberamente. Voglio fare qualcosa di nuovo partendo da “Sì” che ho offerto a Dio, ma essendo creativo nel mio modo di donarmi, di offrirmi.

Guardo la forza nascosta dietro i miei limiti e le mie goffaggini. Dietro le mie catene e le mie cadute. Lo so molto bene, lo sguardo cambia tutto. Forse non basta operarmi gli occhi per cambiare un po’ il mio modo di vedere la vita.

Forse dovrò tirarmi via gli occhi e cercarne altri che abbiano più profondità, più chiarezza. Degli occhi che siamo come quelli di Dio. Cambio il mio modo di guardare. Voglio guardare come guarda Gesù. Vedendo ciò che c’è di bello nel cuore. Facendo sì che il suo amore cambi le persone.

Nello stesso film P.T. Barnum diceva: “L’arte più nobile è quella di rendere felici gli altri”. A volte ripongo le mie forze in sogni che non mi riempiono il cuore. L’arte più nobile, la missione più grande, consiste nel rendere felici gli altri. Non voglio vivere nella preoccupazione di non commettere errori. Non pretendo di fare tutto bene. Ho dei peccati.

So che non posso condurre una vita immacolata. Sono fragile. Ma so che posso lottare per rendere la vita più felice per chi mi circonda. Posso far sì che la sua vita sia più facile, più piena. Questo è possibile.

Ma tante volte amo male. Amo me stesso. Sogno solo i miei successi, la mia fama. Cerco di essere riconosciuto e amato. Voglio avere un posto nella lista di chi spicca. Per questo mi impegno a fare tutto bene, ripulendo i difetti della mia anima.

Ma oggi mi soffermo davanti a Gesù che passa, e guardo la forza che sboccia dentro di me. E lascio che quel fuoco, quell’amore, esca da me. Sono chiamato a guardare così la mia vita e quella degli altri. A vedere in loro la luce, la forza. A guardare come guarda Gesù passando davanti a me. Voglio essere un educatore santo capace di educare uomini santi.

Dice padre Kentenich: “Come padre, sono il sacerdote. Devo essere il maestro, che culmina l’opera, che dal ‘legno’ dei ‘miei figli’ intaglia autentiche figure di santi. Si tratta della creazione di valori nuovi. Dobbiamo imparare a stare da soli e lasciarci formare, a essere aperti a Dio e poi, una volta pieni di Dio, uscire fuori”.

Educo in base al cuore di Dio. In base al silenzio e all’ascolto, nel punto in cui mi trovo con la mia verità, con il mio modo originale di amare e guardare la vita. E in base a quello che sono posso educare chi Dio mette nelle mie mani. Lascio che il mio cuore si riempia di Dio per poterlo offrire a chi ne ha più bisogno. Cambio lo sguardo che ho su di me. Cambio lo sguardo che proietto sugli altri.

Voglio essere più umile per guardare dal basso le persone, mai dall’alto. E vedere la loro bellezza nascosta, la loro grandezza, la loro forza interiore, la loro verità più ignorata da chi guarda male. Quella stessa luce che io tante volte non vedo in me. Per questo oggi decido di cambiare i miei occhi. Li porto al laboratorio di Dio. In Lui voglio iniziare a guardare gli altri come Egli guarda me. Se mi lascio cambiare posso riuscirci.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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