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Padri separati, dati allarmanti: ci sarebbero 200 suicidi all’anno

PAPA; FIGLIO; TRISTEZZA

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Annalisa Teggi - pubblicato il 29/11/18

Dalle contese in tribunale alla bufala del "siamo rimasti in buoni rapporti"; solo facendo compagnia a chi vive una ferita che brucia e mille difficoltà c'è la vera alternativa alla disperazione.

È davvero allarmante l’annuncio che da qualche giorno sta circolando sui maggiori siti di informazione e che riguarda la diffusione dei dati 2016 che documentano il disagio dei padri separati e divorziati, di cui si è fatto portavoce Walter Buscema, Presidente dell’associazione Nessuno tocchi i papà.

Stando a quanto riporta Buscema, sarebbero 200 i suicidi dei papà che hanno affrontato un divorzio e 1000 nell’intera Europa. In totale, nello Stivale, i padri separati sono 4 milioni – e tra questi ottocentomila hanno problemi economici. (da Il Giornale)

Nell’ultimo periodo il tema della separazione e dell’affidamento dei figli è diventato argomento caldo, quasi rovente, anche a causa delle discussioni in merito al Ddl Pillon, di cui ci siamo occupati mettendo in luce certe criticità della proposta: si riscriverebbe la dinamica della gestione dei conflitti nella coppia e si prevede un tempo di permanenza equipollente dei figli coi genitori, rischiando di far percepire al minore la sua somiglianza un mero pacco da spostare.


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Un primo banale ma necessario punto di partenza deve essere la constatazione che quando un progetto familiare naufraga non ci sarà toppa che tiene: tutti dovranno fare i conti con una ferita. Non lo dico in tono accusatorio, ma costruttivo. Da figlia di genitori separati, so cosa significa e posso dire che da adulta ho dovuto rassicurare i miei, curando i loro sensi di colpa e portando loro in dote il mio cammino (ancora in corso!): ammettere, guardare, piangere una ferita non significa che proprio quel dolore non possa diventare occasione di fecondità umana. Molto di me oggi è legato alle assenze patite in mancanza di una famiglia vera, ma lo è sia in certe fragilità sia nella coscienza più viva che ho messo nel costruire il mio matrimonio.

La grande bufala da buttare nel cestino è quella dei “buoni rapporti”, perché è un tradimento verso i figli che capiscono benissimo la menzogna: se i rapporti fossero buoni, si stava insieme. Che permanga una forma di rapporto rispettoso tra coniugi separati è altra cosa, ma non cuoricini.

“Comunque siamo rimasti in buoni rapporti”

Un amico mi confidò di aver smesso di essere avvocato matrimonialista ed essere passato al penale perché – con una battuta dura, ma onesta: “È più facile far cambiare un criminale, piuttosto che un marito e una moglie che litigano”. C’era in lui tutto lo sconforto, forse fuori moda oggigiorno, di chi intraprende una professione non per strofinarsi le mani sui divorzi altrui, ma con la speranza cristiana di essere una figura di vera mediazione tra due parti diventate incapaci di mediare.

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Non c’è perciò cosa che più mi infastidisca del sentire pronunciata col sorriso quella frase: “Comunque siamo rimasti in buoni rapporti”. C’è pure chi azzarda la variante “ottimi rapporti”. Confesso di essere rimasta disgustata da un commento letto qualche anno fa, a proposito della criminologa più bionda e più famosa della TV: Roberta Bruzzone diffuse la notizia del suo divorzio accompagnandola da una foto in cui brindava insieme al suo ex-marito. Disse:

 “Stiamo brindando al nostro divorzio appena celebrato, con rispetto e amicizia… le nostre strade si sono divise ma resta un grande affetto per il percorso che abbiamo fatto insieme” (da Facebook)

Brindare perché è naufragato un amore? Resta un grande affetto? La prima forma di rispetto sarebbe non tacere lo sguardo affranto e amaro con cui ci si guarda; mantenere un legame sincero con qualcuno a cui si è voltato le spalle è tutt’altro che raccontarsi la bugia del volersi bene ancora, nonostante tutto. Se poi di mezzo ci sono dei figli la gravità di questa affermazione cresce, perché il bambino avvertirà una grande discrepanza tra la sua sofferenza intima e questo velo di amorevolezza fittizia; chiederà dentro di sé: “Se voi siete in buoni rapporti, perché io sto male?”.  Gli verrà il dubbio di essere sbagliato, senz’altro gli risulterà più complicato decifrare il proprio terremoto emotivo. Leggere lo sconforto sul viso dei genitori non lo traumatizza, perché lo è già; si sentirà invece parte di un dolore condiviso con le due persone che ama di più, ed è la prima tappa del viaggio per curare le ferite.




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Ma questa menzogna di facciata sui buoni rapporti non è solo l’abbaglio che arriva alla fine di matrimonio; è proprio la bugia da screditare all’inizio di ogni matrimonio: nessuna storia d’amore è fatta da due persone che sono, sono state e saranno in buoni o addirittura ottimi rapporti. Ci sono momenti idillici e perfetti in una famiglia, che rinfrancano lungo l’avventura quotidiana che è altro da una telenovela. La felicità non è fatta di buoni rapporti, ma di compagnia. Non aggiungo aggettivi perché questa nuda parola “compagnia” è l’alternativa coraggiosa e impegnativa al delirio di onnipotenza che può generare la solitudine, intesa come la scelta di essere l’unica parte in causa del proprio destino (infatti anche chi sceglie una vocazione singolare non è detto che sia solo).

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Melinda Nagy - Shutterstock

È naturale, umano, giusto che si soffra parecchio per una separazione, proprio perché si credeva nel matrimonio. Non starò qui ad alzare l’indice contro coloro che hanno tentato la strada del “per sempre” e ne sono usciti sconfitti, per quel milione di ragioni che possono esistere. Sono cresciuta con una madre sola, che merita ogni giorno la mia gratitudine per tutti i sacrifici fatti, la forza dimostrata anche quando non l’aveva, i mille sforzi quotidiani per tenere in piedi la baracca. Non mi sento perciò di mancare di rispetto alle donne, se oggi per un attimo rivolgo l’attenzione ai padri, ai volti meno inquadrati di queste tragedie domestiche. La peggior crudeltà è tradurre queste vicende in una lotta tra maschi e femmine, perché non ci sono due fazioni ma solo due lembi della stessa ferita.

Maschi contro femmine

Le categorie astratte fanno male agli occhi. Impediscono di vedere e vedersi. La realtà è fatta di sfumature personali che fanno la differenza e rendono ogni legame tra marito moglie una cosa unica, nel bene e – vertiginosamente – nel male. Quando ho letto dei dati allarmanti diffusi sui suicidi dei padri separati, ho pensato a due sfumature umane vicino a me, che hanno il volto di cari amici. Rientrano nella categoria dei padri separati e vorrei spendere due parole sull’ammirazione che ho per loro. Il loro percorso affettivo ha conosciuto molte sfumature di nero, fino a quello pesto. Sanno di cosa si parla quando si dice che certi avvocati sono squali e certe madri perdono il lume della ragione quando arrivano a detestare il proprio marito.

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Pixabay.com/Public Domain/ © Activedia

Le difficoltà economiche erano la parte superficiale e grossa del loro dolore, altre e ben più dure batoste emotive li hanno portati a soffrire come cani. A fronte dei loro racconti, spesso ho abbassato gli occhi incapace di pronunciare qualsiasi forma di conforto. Ma porto con me il dono che loro mi hanno fatto.  Devo dire loro grazie per come mi educano a guardare i miei figli; io oggi sono parte di una famiglia normale e sbuffo per cose che loro gradirebbero come la manna dal cielo.


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Portare i figli alle varie ed eventuali attività sportive è una seccatura, lo ammetto. Poi penso al mio amico che si è visto allontanare i bambini da una madre che ha cambiato città per ferirlo ancora di più; e penso ai suoi molti pomeriggi infrasettimanali fatti di viaggi lunghissimi per arrivare a casa dei figli e poi portarli a fare sport.  Mantenere un rapporto vivo di bene chiede a lui un sacrificio titanico, che porta avanti ricordando a sé, ma anche a me, che ama davvero i suoi figli. Che questo suo sguardo puro e coraggioso resti nitido e non scalfito dalle miserie, bassezze, difficoltà che lo assediano è motivo di grande stupore in me.

Al volto maschile di questi miei amici se ne possono unire altri femminili, il punto non è far vincere una parte o l’altra. Il punto è il male che colpisce entrambi, è il guado di un pantano in cui si resta imbrattati comunque. Allora lo spettro così forte del suicidio è una sconfitta collettiva, non rientra nel solo disagio dei padri. È cosa nostra e la difesa del valore eterno della famiglia è l’alveo di un fiume che deve tentare di dare ristoro, sostegno, cura anche a chi fa i conti con una separazione o un divorzio.

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