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Il Papa ha baciato il braccio di una donna sopravvissuta ad Auschwitz

LIDIA MAKSYMOWICZ

Handout / VATICAN MEDIA / AFP

Ary Waldir Ramos Díaz - pubblicato il 27/05/21

Lidia Maksymowicz ha ispirato il documentario “70072: La bambina che non sapeva odiare”. Aveva due anni quando ha subìto le sperimentazioni naziste

Papa Francesco ha baciato il braccio di Lidia Maksymowicz, polacca di origine bielorussa sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti.

Al termine dell’udienza generale di questo mercoledì, 26 maggio, Lidia, 81 anni, ha mostrato al Papa il tatuaggio sulla pelle del braccio. La donna ha tatuato il numero ‘70072’, che ricorda la sua deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz.

Papa Francesco si è subito chinato a baciare quella “ferita” aperta nella storia dell’umanità: 200.000 bambini assassinati.

Lidia ha consegnato al Pontefice tre regali simbolici. Il primo è stato la memoria, rappresentata da un fazzoletto a righe blu e bianche con la lettera “P” di Polonia. Il panno ha uno sfondo triangolare rosso, che quasi tutti i prigionieri polacchi utilizzano nelle cerimonie di commemorazione.

Il secondo regalo è la preghiera. Lidia ha consegnato al Papa un rosario con l’immagine di San Giovanni Paolo II. Il terzo regalo simboleggiava la speranza: un quadro che la ritrae da bambina, mano nella mano con sua madre. Un’immagine di loro che si osservano a distanza all’ingresso del lager de Birkenau.

La vita di Lidia ha ispirato il documentario “70072: La bambina che non sapeva odiare”, che racconta la sua deportazione ad Auschwitz Birkenau quando non aveva ancora tre anni.

La piccola ha trascorso tre anni nel “blocco infantile”, in cui è stata costretta a sottoporsi a vari esperimenti medici da parte del famigerato dottor Mengele, tra cui inoculazione di virus e soluzione salina.

Di quel periodo ricorda la fame, i pidocchi, il terrore quando arrivavano i medici e si faceva l’appello. I bambini erano chiamati in base al numero che avevano tatuato sul braccio.

I bambini non sono mai stati chiamati per nome, e quando uno moriva veniva sostituito con un altro. I piccoli prigionieri hano affrontato la crudeltà delle SS e il freddo polacco nelle baracche.

Lidia visita ora vari Paesi europei per raccontare la sua storia ai giovani, anche se il ricordo di Auschwitz la fa soffrire, riaprendo dolorose ferite.

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