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“Mamma, stiamo andando in Paradiso?”, la domanda inaspettata mentre guidavo

GIRL, CAR, COUNTRYSIDE

Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 28/01/22

Se il Cielo fosse l'ospite cocciuto e invadente dei miei pensieri, avrei meno idoli quotidiani che mi stritolano e tradiscono. Questo ho pensato, ferma al semaforo, quando mia figlia mi ha ricordato qual è la vera meta.

Al verde, svolta a destra per il Paradiso

È il tardo pomeriggio di lunedì, ferma a un semaforo faccio mente locale sulle cose da fare. Dopo aver lasciato mia figlia a ginnastica artistica, andrò dritta a fare la spesa. Il latte. Non l’ho scritto sulla lista, ma è quasi finito. Ricordatelo – mi dico.

Strano ma vero, quella chiacchierona di mia figlia, 5 anni, è silenziosa nel seggiolino posteriore. Nell’insolita quiete dell’abitacolo, dopo poco irrompe la sua voce. Il semaforo era ancora rosso.

Mamma, stiamo andando in Paradiso?

GIRL, CAR, SMILE

Se è vero che per i comici tutto sta nel tempo giusto della battuta, è vero anche che la puntualità dei bambini nello spiazzarci è strabiliante. Chissà cosa le passava per la testa. Probabilmente anche lei faceva mente locale sulla giornata trascorsa a scuola. Avevano raccontato una storia sul Paradiso? Aveva ascoltato qualche discorso di noi adulti? Chissà.

Resta il fatto che quando è scattato il verde, ho girato a destra con la strana impressione che quella strada fosse di più di un tragitto di ruotine.

Dove stai andando?

Ringrazio la voce dell’infanzia che all’improvviso mi ha svegliata, ricordandomi che ogni nostro passo ha come ultimo orizzonte il Paradiso. Al volante o a piedi, quando esco sono sempre alla rincorsa delle famigerate cose da fare. Le considero mete, ma quanto cambierebbe lo status quo se le guardassi per quel che davvero sono, tappe di un cammino che punta a un destino eterno.

Facilmente nei pensieri si stipano ansie e progettualità che misurano ciò che accade con il metro asfissiante della spunta (l’ho fatto, avanti il prossimo impegno). Ci sono volte in cui rischio davvero che un’uscita proficua in farmacia, giro scuole e poi casa mi dia l’illusione di aver fatto bene il mio viaggio. E dove sono arrivata poi? E a cosa penso durante tutti questi tragitti? Penso a quello che viene dopo, a quello che potrei fare per spianare la strada del giorno successivo, a quello che mi ha dato fastidio cinque minuti prima, a quello che altri non hanno fatto e mi ha complicato le cose.

Penso a tutto, tranne che al mio bisogno presente e incessante di Paradiso. Se il Cielo fosse l’ospite cocciuto e invadente dei miei pensieri, avrei meno idoli quotidiani che mi stritolano e tradiscono.

CAR, NOTES

Di figli che ci indicano il traguardo

Il piccolo fatto accaduto in auto con mia figlia è stato decisivo per soffermarmi su una notizia tragica accaduta quasi contemporaneamente. Domenica 23 gennaio un giovane atleta dodicenne di Padova, Carlo Alberto Conte, ha avuto un malore durante una corsa campestre a Vittorio Veneto. Si è accasciato a terra e i soccorritori gli hanno praticato il massaggio cardiaco per un’ora. Poi è stato trasferito all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. Lì è rimasto in agonia per due giorni prima di morire.

Dopo che il bambino era stato colpito dal malore, il tentativo di rianimarlo si era prolungato per più di un’ora. Poi il trasferimento dello studente padovano a Treviso. Ma nulla è stato possibile fare visto l’edema cerebrale che era stato causato da una prolungata assenza di ossigeno al cervello. Carlo Alberto non ha mai ripreso conoscenza ed è scattato l’iter per certificare la morte cerebrale dopo un’osservazione di 24 ore. Un’ora prima del decesso, il direttore sanitario Francesco Benazzi aveva dichiarato: “Le condizioni sono state da subito molto gravi, la situazione è impegnativa. Si continua però a sperare, perché i miracoli nella vita ci sono sempre”. La mamma Valentina Ometto si era rivolta agli amici del figlio: “Unitevi tutti nella preghiera per lui”.

Da Il Fatto quotidiano

Come spesso accade di fronte a fatti così sconcertanti e improvvisi, la tentazione è quella di dirottare il senso di smarrimento verso la corrente delle colpe. Sono state avanzate ipotesi di incuranza, ma a quanto pare, il ragazzo aveva superato la visita di idoneità agonistica due mesi prima, eseguendo tutti gli esami necessari.

Il dettaglio che mi si è piantato in testa è stata la dichiarazione del papà, che lo aspettava al traguardo e lo ha visto crollare a terra a 300 metri dall’arrivo.

«Io mi ero posizionato al traguardo, mio figlio invece era dalla parte opposta. L’ho visto partire assieme a tutti gli altri atleti, poi all’improvviso si è fermato…»

Da Il Mattino

BOYS, RUNNING, RACE

Aspettare un figlio al traguardo, gioire del suo arrivo. Improvvisamente tutto cambia ordine di grandezza. Quale traguardo ci indica davvero questo ragazzo che si è accasciato troppo presto?

Più in là

Fanno sempre molta scena e stimolano pensieri avventurosi quei versi di Montale,

perché tutte le immagini portano scritto:
«più in là».

Li ho sempre pronunciati con il piglio romantico di chi guarda l’orizzonte e sogna imprese epiche. Ma mi sono subito venuti in mente pensando a Carlo Alberto. Verso cosa stava correva davvero? Drammaticamente, quale traguardo mostra ai suoi genitori che lo piangono?

Sua madre Valentina ha rilasciato una dichiarazione che lascia attoniti, per la fede robusta che dimostra:

Possiamo solo ringraziare il Signore che ci ha donato Carlo Alberto per 12 anni, non avremmo potuto chiedere di più. Quando si ha fede, anche la morte diventa un atto d’amore. Nostro figlio ora è in Paradiso, vicino alla Madonna, nella luce e nella pace.

Ecco che torna il Paradiso, portato da un bambino. Stava correndo una campestre, nessuno si sarebbe aspettato che l’orizzonte drammatico sarebbe stato quello di un destino che si spezza sulla terra per compiersi in Cielo. Ogni gesto e immagine portano scritto più in là, senza nessun romantico filtro – anzi forse con un tocco di vertigine.

Siamo agitati nelle nostre corse quotidiane, ma proprio perché il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te. Lo slancio e l’energia non sono per ‘portare a casa il risultato’. La fatica e i cedimenti non sono ‘giornate nere’. Tutto tende a quel vero incontro che sbroglierà matasse, asciugherà sudori, ci metterà in pace una buona volta.

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