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Rendere grazie al Signore anche in una disgrazia: come si fa?

DONNA, LACRIME, VISO

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 03/05/22

Se non si giunge a ringraziare anche nelle sofferenze, la nostra gratitudine e il nostro umore saranno solo frutto della fortuna

Come ringraziare il Signore nelle sofferenze? Come può essere tutto grazia se ci accade una disgrazia? Nel libro i “Volti della preghiera” (Tau editrice), un “saggio sulle forme della preghiera e sulla lettura spirituale”, lo scrittore Robert Cheaib.

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Solo fortuna 

Se non si giunge a ringraziare anche nelle sofferenze, la nostra gratitudine e il nostro umore saranno solo frutto della fortuna: se sono fortunato, sono felice e sono grato. Se i venti sono contrari, la gratitudine non imbarca e non decolla, anzi affonda in una lamentela che mi fa rimangiare tutte le belle parole che ho detto al Signore e del Signore nei tempi meno tempestosi.

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Non è un optional!

Giungere alla gratitudine nelle croci non è un optional. O la vita ha un senso sempre, o non ce l’ha. O tutto è grazia o la disgrazia ha prevalso. 

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La croce non è il tutto di Gesù

Bisogna cercare una spiritualità incarnata a immagine del Cristo incarnato, vissuto, morto e risorto. La croce non è il tutto di Gesù. È una parte del mosaico della sua esistenza. Così anche la prosperità assolutizzata, una risurrezione che non conosce croce, è una traiettoria impossibile ed estranea al Cristo predicato dai vangeli. Tutta l’esistenza di Cristo è posta dinanzi a noi per essere imitata e in noi, nel germe battesimale, per diventare vita nostra.

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L’equilibrio 

Bisogna distinguere allora tra l’accettare il prezzo della croce e il cercarla a tutti i costi. La formula d’equilibrio deve essere la seguente: cercare le croci? Rifiutare la croce? Nemmeno. 

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La “sfiga”

E’ naturale volere che le cose vadano bene. Non bisogna cercare la croce, ma quando la si incontra, bisogna chiamarla per nome. Chiamarla “sfiga”, “iella”, “sfortuna”. Battezzarla nel nome di Cristo, chiamarla croce – e non per fare le vittime – la trasfigura, la orienta, le dona senso. Passerà dall’essere uno strumento di condanna e maledizione a essere uno strumento di salvezza e benedizione. 

Impossibile ma possibile!

Sembra un’impresa impossibile rendere grazie nelle croci? Lo è! Proprio come è impossibile a noi risorgere con le nostre forze. Proprio come è impossibile per noi vivere le beatitudini come uno sforzo individuale e costante. Ringraziare ha a che fare con la grazia, una grande grazia dello Spirito Santo, una grande particolarità delle persone trinitarie che vivono in un eterno riconoscimento e riconoscenza reciproca. Per questo sia la benedizione (adorazione) sia il ringraziamento, sono impensabili da soli e inseparabili dall’invocazione dello Spirito Santo.

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Una vita aperta al Signore

In altre parole, la capacità della gratitudine fa parte di tutta una vita aperta all’opera del Signore, contagiata dalla sua mitezza e umiltà, assetata della sua giustizia, riconoscente che senza di lui non possiamo fare nulla.  

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La palestra del ringraziamento 

La grazia, però, non opera da sola. Non opera a prescinder da noi. E noi possiamo collaborare con l’opera della grazia allenandoci alla gratitudine dalle piccole cose, dalle cose belle. Allenando la palestra del ringraziamento, giungeremo piano piano a poter sollevare ed elevare il rendimento di grazie anche sotto il peso della croce. 

Il grido di Gesù

Sulla Croce, mentre sta per spirare Cristo parte dal grido dell’abbandono e termina con la confidenziale preghiera di abbandono nelle mani del Padre. È una grande svolta: dal sentirsi abbandonato all’abbandonarsi, dall’apparente disperazione alla speranza. Da dove viene questa svolta? Dalla fiducia radicata di Gesù che conosce e riconosce il ruolo di Dio padre anche in quel drammatico istante.

PIETA

Non è l’angoscia di un disperato

Il Padre, suo Padre. Il grido di Gesù sulla croce «non tradisce l’angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre nell’amore, per la salvezza di tutti. Mentre si identifica col nostro peccato, “abbandonato” dal Padre, egli si “abbandona” nelle mani del Padre. I suoi occhi restano fissi sul Padre» . Ecco che ci viene consegnato un piccolo grande segreto: conoscenza e riconoscenza permettono, con la grazia di Dio, di vedere la trasfigurazione anche nelle situazioni sfigurate.

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Il malato di covid

L’autore del libro “Volti della preghiera” riporta la testimonianza di un malato di covid in gravi condizioni, che poi si è ripreso: ogni sera prima di addormentarsi, ormai stanco e privo di forze, diceva di abbandonarsi al Signore non sapendo se si fosse risvegliato il giorno dopo. 

Come trasfigurare una “lesione”

Questo misterioso senso di gratitudine è la lezione che trasfigura le lesioni. Le lesioni in sé sono male, gettano ombra e silenzio. La lezione appresa è l’eco della grazia, sono luce e parola di speranza. Imparare a strappare un senso alle situazioni dolorose è imparare a vivere, è saper ringraziare il Signore “nonostante tutto”.

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