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Lo psicologo clinico: c’è un legame tra possessione e primi anni di vita

NEONATA

HarryKiiM Stock | Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 08/11/22

"In alcuni casi, fortunatamente rarissimi, la metodica scientifica è impotente, neutralizzando ogni tentativo clinico"

Ci sono casi in una cui la psicologia clinica ammette la presenza del diavolo e di una possessione demoniaca: e quando questi casi sono stati indagati, si è giunti ad una conclusione chiara. E’ come se un’altra identità prendesse in prestito o in ostaggio quel territorio somatopsichico già dolente nella mente della persone posseduta. 

Se ne parla nell’interessante libro di don Gianni Sini e don Marcello Stanzione in “Che diavolo sei? Un esorcista e un demonologo a confronto” (Sugarco edizioni). 

psicologo clinico
Lo psicologo Ghidoni ha parlato della possessione da un punto di vista clinico.

L’intervista a Ghidoni

L’esorcista don Gianni Sini ha intervistato Claudio Ghidoni, psicologo clinico, psicoterapeuta, analista didatta della Società Italiana di Psicologia Individuale. Professore a contratto dell’Università degli Studi di Pavia. Docente di Psicologia Individuale della Scuola di specializzazione post-universitaria di psicoterapia dinamica dell’Istituto Alfred Adler di Milano.

“Casi fortunatamente rarissimi“

«In psicopatologia, di solito – spiega Ghidoni – non si presentano grosse difficoltà diagnostiche e psicoterapeutiche: fra nevrosi e psicosi i confini sono ben delineati e pertanto la risposta clinica è adeguata. In alcuni casi, fortunatamente rarissimi, la metodica scientifica è impotente, neutralizzando ogni tentativo clinico. A mia conoscenza, ci sono soggetti portatori di rare e acute ipersensibilità la cui sofferenza psichica, classificata poi come “possessione”, è specchio di un traumatismo accaduto nei primissimi anni di vita».

L’alba della vita di un bambino

Ghidoni spiega meglio cosa vuole intendere: 

«Difficilmente ricordiamo ciò che ci è accaduto nei primi due anni di vita, tanto meno negli ultimi due mesi di gravidanza, periodo denominato della memoria implicita, non dichiarabile. Tali momenti possono essere intuibili o visibili in comportamenti somatopsichici. Come esempio supponiamo un bambino che deve affrontare all’alba della sua vita una madre non accogliente, rifiutante o vittima di violenze, inoltre un padre pure generatore di conflittualità. Come è possibile in questo scenario compensare il bisogno del bambino di un attaccamento sicuro e confortante? I rischi sono pesanti, l’accaduto primitivo lavora ad un terreno fragile e compromesso, preparando e poi strutturando uno spazio labile e opportuno per un eventuale luogo della possessione. Non dimentichiamo che questo è uno spazio di energie, genialità e ricchezza sbalorditive».

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La definizione di possessione demoniaca

La medicina e la psicologia di fronte a tale aspetto «dovranno porsi con un atteggiamento fortemente comunicativo, conoscitivo e relazionale con il paziente, compreso il suo contesto ambientale, in modo da ridurre la sofferenza». E se non hanno sortito alcun effetto?

«Definirei la possessione – prosegue lo psicologo clinico – “come se” un’altra identità prendesse in prestito o in ostaggio quel territorio somatopsichico già dolente per scatenare un “duello di contropotere”, usando in questo caso non l’arma della seduttività, ma l’aggressività».

Come dare benefici al paziente

Psicopatologia e possessione demoniaca, secondo Ghidoni «possono convivere ed alimentarsi reciprocamente» all’interno della stessa persona. Una situazione molto complessa da un punto di vista clinico. «A causa di questo alternarsi ed integrarsi, si depistano le certezze diagnostiche e terapeutiche, il paziente non riceve benefici e le persone intorno a lui vivono lo smarrimento dell’impotenza o dei limiti della metodica scientifica con conseguente esaurimento di energie».

Un errore di Cristo?

Infine, Don Gianni Sini fa una domanda molto provocatoria allo psicologo clinico: «È possibile che Cristo abbia fatto un errore di valutazione tra una malattia e una possessione? Lei può pensare ad una cosa del genere? Che Cristo, veramente, quando ha esercitato il suo ministero da esorcista, avesse di fronte non Satana, ma un simbolo?».

Questa la risposta di Ghidoni: «Non credo che Cristo si sia sbagliato, era un profondo conoscitore della cultura del suo tempo e della psicologia umana. Sapeva ben distinguere la sofferenza fisica da quella spirituale. Nella sua missione anche di esorcista sapeva di avere un interlocutore con “cui fare i conti”».

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