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Com’è stata la vita religiosa dei cattolici ad Auschwitz?

fotografie więźniów w muzeum Auschwitz wykonane przez Wilhelma Brasse

fot. Marcin Mazur/episkopat.pl

Esteban Pittaro - pubblicato il 28/01/23

Il sacrificio dei cattolici di Auschwitz dalle reti sociali: il ricordo delle innumerevoli vittime e anche dei sopravvissuti al suo orrore


Le reti sociali del Museo di Auschwitz riescono a offrire un ricordo permanente alle vittime con senso e vita anche in quello che è stato l’epicentro di una delle più grandi tragedie dell’umanità.

Si tratta di canali dedicati non solo all’itinerario attuale per perpetuare la memoria del campo di concentramento, ma anche al ricordo delle centinaia di migliaia di vittime e anche dei sopravvissuti al suo orrore, il tutto attraverso un archivio fotografico e documentale eccezionale, liberamente condiviso. Le reti sociali del Museo di Auschwitz sono in sé un museo gratuito permanente e aperto h 24.

Ogni volto ha un nome e un cognome

Anche se per il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, sono state esposte fotografie che mostrano la gioia dei sopravvissuti al momento della liberazione, in contrasto con l’orrore per chi non è arrivato a quell’istante, in generale ogni volto presentato dal museo su Twitter o Facebook ha nome e cognome, una biografia e un registro che va molto al di là della foto protocollare scattata dai nazisti all’ingresso nel campo.

Marion Elrich, ad esempio, compiva gli anni proprio il 27 gennaio. Nata a Berlino nel 1928, nel novembre 1942 è stata trasferita ad Auschwitz. È tra il milione di ebrei assassinati nel campo, e il museo la ricorda con una foto della sua allegra gioventù:

Padre Wincenty Rozmus

In molti altri casi, sono disponibili solo le fotografie di ingresso al campo, ma si ricostruisce con la maggior precisione possibile il volto delle vittime, come nel caso di padre Wincenty Rozmus, sacerdote cattolico arrivato ad Auschwitz il 16 gennaio 1943 e morto il 25 febbraio dello stesso anno.

Tra le vittime cattoliche presentate dal Museo ci sono anche persone che sono state beatificate e canonizzate dalla Chiesa, come il beato Roman Sitko o San Massimiliano Kolbe. Di ciascuno viene ricordato il numero di prigionia, e quando è possibile vengono forniti dati biografici. Nel caso del sacerdote salesiano Józef Kowalski, ad esempio, si ricorda che venne affogato in un barile di escrementi per aver rifiutato di calpestare il suo rosario.

Il sito del Museo ha anche una sezione riguardante il clero cristiano e la vita religiosa ad Auschwitz, spesso evocata sulle reti, e indica un sacerdote come uno dei primi 100 individui entrati ad Auschwitz, visto che padre Stanisław Węgrzynowski figura como il prigioniero numero 90.

Cappuccini, Francescani, Gesuiti e anche numerose religiose. Tra le prime donne ad essere trasferite nel campo, riferisce il Museo, c’era la suora trinitaria Maria Cäcilia Autsch, di cui è in corso l’iter di beatificazione. Era la prigioniera numero 512. Sorprende la serenità che emana il suo volto quando è stata fotografata dai funzionari nazisti. Venne arrestata per un commento critico su Hitler.

Messe segrete e Confessioni alle spalle dei nazisti

Le reti sociali del Museo riferiscono anche com’era la vita religiosa dei cattolici detenuti nel campo, e offrono testimonianze di alcune Messe segrete celebrate dai sacerdoti e delle Confessioni che ascoltavano, anche alle spalle dei nazisti. Si mostra anche una borsa nella quale venivano portate le ostie consacrate perché i reclusi all’interno del campo potessero ricevere il Corpo di Cristo. Secondo la testimonianza di una sopravvissuta del Blocco 11, le ostie entravano in modo clandestino nelle baracche in questo modo.

Si condividono poi testimonianze di laici impegnati, come Konstanty Kempa, un soldato della resistenza che in una lettera scritta ai suoi genitori poco prima di essere assassinato confessa di essersi potuto riconciliare con Dio nel campo, e di aver anche ricevuto la Comunione con l’anno nuovo.

Le reti sociali del Museo di Auschwitz sono un appello costante a non dimenticare ciò che è accaduto e che la vita, indipendentemente da razza, sesso e religione, è un dono meraviglioso da proteggere e tutelare.

Come osserva Papa Francesco, “ricordare è un espressione di umanità, ricordare è segno di civiltà, ricordare è condizione per un futuro migliore di pace a di fraternità, ricordare è anche stare attenti perchè queste cose possono succedere un’altra volta”.

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