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In carcere per le bugie del fratello: non si suicida grazie alle parole di un prete

asiandelight | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 24/02/22

La storia del "martirio" di Yousef, cristiano egiziano, che finisce in prigione condannato per pedofilia, ingiustamente accusato dal fratello. Vuole uccidersi ma le parole di don Vincent Nagle lo aiutano a trovare il senso alla sua sofferenza innocente: "Dio ti ha scelto perché solo così tuo fratello si può salvare".

C’è un libretto piccolo ma a me particolarmente caro, è di don Vincent Nagle pubblicato da Rubettino: “Sulle frontiere dell’umano, un prete tra i malati” con la prefazione di monsignor Massimo Camisasca.

Sono pagine asciutte che non rincorrono né nello stile né nel contenuto il desiderio di colpire, stupire, non ambiscono a nulla di ciò. Raccontano solo fatti veri, situazioni concrete, senza allungare il brodo facendoci sopra “il romanzo”. Pagine che raccontano l’esperienza di don Vincent come cappellano d’ospedale “dove – scrive il vescovo – il dolore dell’uomo e l’enigmaticità della sofferenza sono merce di tutti i giorni” (p. 5).

Avevo pensato di scrivere un pezzo su questo libro per mostrare come un sacerdote sta accanto a chi è sul punto di morire, e dalla morte – scrive monsignor Camisasca – “ci si difende”, perché la vita, ribadisce don Vincent, è promessa di vita.

Quando qualcuno riceve brutte notizie, non gli sembra mai vero. La vita è promessa di vita: è promessa di qualcosa di più, soprattutto quando si sta di fronte a una persona amata (…) La morte è così: la nostra famiglia, le persone amate, Dio, tutto ci promette vita. Quando giunge la morte questa promessa è contraddetta. Per questo la si sente irreale.

(p.21)

Ci sono in questo libro storie normali, storie non “andate a buon fine” (come viene detto nella prefazione) e storie davvero incredibili di morti sante. Ma anche episodi meno eclatanti e comunque essenziali per il cambiamento di sguardo, per il desiderio di tornare a Dio, di pregare, di offrire la propria sofferenza, di salvarsi.

Riprendendolo in mano, leggendolo e sfogliandolo, ho deciso invece di condividere con voi una storia che parte sempre da un letto di degenza anche se non dal capezzale di una persona in punto di morte. La storia di una sofferenza innocente generata da un’ingiustizia, un enorme ingiustizia subita, che prende le mosse da un tentato suicidio.

Mi auguro che tanti possano ritrovare un pezzo anche piccolo del proprio vissuto nella storia di Yousef, spero per ingiustizie minuscole in confronto alla sua, e magari scoprireattraverso questa vicendaun po’ di senso, quello con la S maiuscola, che viene da Dio.

Don Vincent incontra per la prima volta Yousef, un egiziano cristiano, una domenica mattina nel reparto di terapia intensiva di un ospedale per un tentativo di suicidio attraverso l’ingestione di massicce dosi di sedativi.

La prima cosa che pensai incontrando Yousef fu che gli fosse stato chiesto di soffrire perché qualcun altro potesse essere salvato dall’oscurità.

(p.10)

Originario di Alessandria d’Egitto, viveva in Italia con la moglie Miriam e le due figlie, e aveva una lavanderia ben avviata. Suo fratello Khaled, che “aveva un caratteraccio ma era pur sempre suo fratello”, era invece emigrato negli Stati Uniti. Aveva invitato più volte Yousef a raggiungerlo: “che razza di famiglia siamo se non stiamo insieme?”.

Alla fine era riuscito a convincerlo, e così Yousef aveva incaricato Khaled di procurargli un visto d’affari con l’aiuto di un avvocato.

Khaled gli chiese di inviare alcune migliaia di dollari. Un giorno Yousef e Miriam ricevettero una chiamata urgente che li invitava in America. Era il momento. Arrivarono negli Stati Uniti con un semplice visto turistico. Il fratello e l’avvocato si erano presi tutti i loro soldi.

(p.10)

Quando Yousef parlò con il fratello del torto subito quest’ultimo si intimorì, ebbe paura di essere denunciato alla polizia e agì d’anticipo, per così dire.

(…) le autorità del Servizio Immigrazione e Naturalizzazione ricevettero una chiamata anonima che denunciava degli immigrati clandestini a quel certo indirizzo… Alle cinque del mattino fecero irruzione per espellere Yousef e sua moglie. Furono detenuti per alcuni giorni, ma la loro richiesta di asilo bloccò l’espulsione.

(p.11)

Ma l’incubo per Yousef era solo all’inzio. Khaled un giorno aveva raccontato al fratello come avere una figlia minorenne può rivelarsi “una bomba atomica con cui distruggere i tuoi nemici”. E così dal nulla il pover’uomo si ritrovò accusato di molestie sessuali nei confronti di sua nipote. Fu arrestato,poi rilasciato su cauzione, e suo fratello testimoniò contro di lui durante l’udienza per la richiesta d’asilo, affermando che in Egitto non c’era alcuna persecuzione nei confronti dei cristiani. E così la domanda venne rifiutata.

Quando don Vincent incontra Yousef è da un anno e mezzo che l’uomo si trova nella burrasca, e ha tentato il suicidio dopo aver visionato la registrazione della deposizione della nipote “che risultava assai convincente” per avvallare l’accusa di molestie sessuali.

Il sacerdote diventa amico di tutta la famiglia, e prega con loro per l’assoluzione di Yousef non convinto però dell’esito positivo.

Dissi loro di guardare alla Croce, perché anche Satana, il principe del mondo, ottiene, talvolta, le sue vittorie: non dovevamo sperare che non vincesse mai, ma che i suoi trionfi si trasformassero piuttosto, per noi, in gradini verso il cielo.

(Ibidem)

Yousef viene ingiustamente condannato e messo in un carcere di massima sicurezza, sotto sorveglianza e in isolamento sia per il tentato suicidio, sia per proteggerlo dalla vendetta degli altri carcerati in quanto considerato un pedofilo. E’ un vivo già morto. Un uomo distrutto. Durante la prima visita di don Vincent si rifiuta di pregare, di parlare del Signore. Gli confida, ribadendolo più volte, di volersi togliere la vita e uccidere suo fratello.

(…) so bene che Dio avrebbe potuto evitare tutto questo (…) ma non l’ha fatto. Dio mi è nemico.

(p.12)

Di fronte a questa voragine di dolore e rabbia il sacerdote riesce a “balbettare” queste poche parole:

Senti, Yousef, da quando ti ho conosciuto ed ho sentito la tua storia, che ritengo vera, quando pregavamo che fossi riconosciuto innocente, tutto quel tempo da quel primo mattino, ho creduto questo: che non era volontà di Dio che tu fossi scagionato. Certo questa è opera di tuo fratello, il suo piano è riuscito e tu sei finito in galera. Ma credo che sia solo attraverso la tua accettazione del processo, della condanna, della prigione, che tuo fratello possa salvarsi. Non c’è alternativa per lui, se non che suo fratello, innocente, accetti di soffrire per la sua salvezza. Questa è la via che Cristo ci ha insegnato.

(p.12)

E ancora:

(…) solo tu puoi salvarlo, con Gesù Cristo, congiungendo questa sofferenza e ingiustizia che tu patisci all’ingiustizia della croce. Non so se potrà servire, ma è quel che penso, e te l’ho voluto dire.

(Ibidem)

Un mese dopo quando torna a trovarlo trova incredibilmente un uomo nuovo: “sto pregando molto”, gli dice felice di vederlo. Nella burrasca Yousef aveva trovato una roccia a cui aggrapparsi per non annegare:

Era difficile accettare quelle atroci sofferenze, ma la verità era stata una mano tesa per lui. Seppure ancora in alto mare, non stava più affogando.

(p. 12)

“Dio tiha scelto per salvare tuo fratello!”: la frase che aveva aperto uno spiraglio sottilissimo di luce nel cuore di Yousef assediato dal buio più profondo. Un senso, forse assurdo, incomprensibile, ma un senso per non scendere da quella croce, per accettare l’ingiustizia, la sofferenza, l’infamia.

PRAYING

Ero orripilato da quel che suo fratello gli aveva fatto e mi chiedevo che cosa potesse mai salvare uno come lui. Solo questo: l’innocente che soffre per te.

(Ibidem)

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.
(Isaia 53, 12)

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